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Broccoli, quando li farai di nuovo?


Giovedì 28, Febbraio 2013
in  Leggere con gusto



In questi tempi, il lessico è stato un po' vilipeso. Delle parole si abusa spesso come si abusa del loro significato. Invece le parole non solo hanno un peso, un colore, ma hanno anche un'etica. Le parole della verità. Ce lo ha insegnato Primo Levi, ce lo ha ribadito più di recente Orhan Pamuk, premio Nobel 2006.


Con le parole possiamo cambiare il mondo, ferire o dare speranza, illuminare o annullare il prossimo. Con le parole offriamo un'immagine di noi e del nostro stile, con le parole possiamo offuscare il bello e il sogno nostro e degli altri.


Anche a tavola le parole sono importanti, quando gustiamo un cibo e diciamo: 'Bene! Com'è buono!', quando spezziamo l'incanto della preparazione con un frettoloso: 'Hai preparato solo questo? Non c'è altro?'.


Abbuffata di parole. Il termine si sposa bene in campo culinario. Abbuffata è sinonimo di paese di Bengodi, luogo dove si mangia a gogó, fino alla nausea, riempimento sinonimo di annullamento e obnubilamento delle forze. Se si analizza il termine 'l'abbuffata - o abboffata, sono allotropi . Così recitano i manuali: E' quel mangiare talmente gustato e abbondante da trasfigurare il mangiante, da farlo intorpidire e gonfiare come un ranocchione. È certo uno dei piaceri centrali della festa grande passata in ampia ed ottima compagnia, strutturalmente non moderabile - se non dalla rarità dell'occasione. Non è che ci si abboffa ogni domenica. Certo è un impegno non da poco, per il corpo, faticoso ed usurante, ma peró ti lascia appagato in maniera annichilente in uno dei bisogni primari della vita - un'assenza di desiderio che negli interstizi lucidi dell'abbiocco rivela molto su chi siamo davvero.


Il primo a farne un inno è stato Ipponatte di Efeso, nel VI secolo a. C., facendone una parodia pantagruelica: Cantami, o Musa di Eurimedonte,/il gorgo oceanico trita vivande/ che senza misura divora...


Abbuffata: tristezza di immagini se si ripensa al film La grande abbuffata di Ferreri: narra di quattro uomini che, stanchi della vita noiosa e inappagante che conducono, decidono di suicidarsi, chiudendosi in una casa nei dintorni di Parigi e mangiando fino alla morte.


Ugo, Philippe, Marcello, Michele affogano i loro problemi, le loro frustrazioni, i loro sogni nel cibo. Meno tragico, semplicemente noioso il messaggio in Moravia: Tu mi vuoi sempre fare abboffare... mangia, mangia, mangia.


Ma se pensiamo invece all'abbuffata di parole come momento del dialogo e del confronto, la tavola è l'ideale e il cibo il collante più indicato. C'è una ricetta che viene a 'fagiolo' per la sinergia di parole e cibo: i 'vrocculi affucati', così chiamati in dialetto catanese, una varietà particolare di cavoletti viola, piccoli e teneri con delle piccole fioriture, molto facili da preparare, grazie anche alla semplicità degli ingredienti con cui sono realizzati: i broccoli, le acciughe, il pecorino ed il vino.


Tritati cipolla, aglio e prezzemolo, dissalate, diliscate e tritate le acciughe, puliti i broccoli scartandone le foglie e tagliando le cime fiorite, riposti in una bacinella con abbondante olio, provate a fare, con diligenza e un pizzico di fantasia, degli strati, alternando i broccoli alle acciughe e al pecorino grattugiato. E' un insieme di colori, dal verde-giallo al bianco, allo scuro che assomiglia ad un quadro. Il tutto messo a bollire irrorando con il vino rosso, assicura un finale da... urlo


Si affogano i broccoli, si affogano anche i pensieri, si tacitano le ansie, ci si abbuffa di parole: buoni, buonissimi, ottimi, salati al punto giusto, profumati. Quando li farai di nuovo? È la frase che ci illumina d'immenso.


cetta berardo

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