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Cibo e libertà


Giovedì 28, Novembre 2013
in  Leggere con gusto


Cibo e libertà: il binomio viene usato e abusato, in particolare la coppia pane e libertà diventa slogan filosofico da millantare. I due termini richiamano alla mente episodi della storia, pagine letterarie e filosofiche. Si stagliano nella mente i cafoni di Ignazio Silone e la loro surreale vicenda della divisione dell'acqua, il trattato di Vincenzo Cuoco che spiega come le idee della rivoluzione francese non potessero attecchire quando i bisogni del popolo erano elementari, cioè il popolo aveva fame. Maria Antonietta con sottile e macabro umorismo suggeriva brioches al popolo che chiedeva pane.


Pane, rose e libertà s'intitola una serie di testi musicati che comprendono le canzoni dei garibaldini, i canti nati nelle risaie, gli inni anarchici, quelli diffusi tramite volantini, i repertori militari e dietro ogni verso e suono rivivono le vicende di soldati e partigiani, mondine e contadini, operai e braccianti che hanno fatto l'Italia. Il pane diventa il simbolo del riscatto della miseria, del coraggio che porta alla liberazione.


Pane e libertà si intitolava la miniserie televisiva di due puntate sulla vita di Giuseppe Di Vittorio, politico e sindacalista nato a Cerignola nel 1892, andata in onda qualche tempo fa. Il cibo dunque, nella sua abbondanza o penuria, è il termometro dello stato di un paese, del suo grado di civiltà.


Se si è affamati, non si è liberi. Cibo significa dignità e possibilità economica.


Cibo e libertà s'intitola l'ultimo libro di Carlo Petrini, che contiene storie di terre e di persone. Per il fondatore di Slow Food cibo è liberazione, per i popoli del nord e del sud del mondo che rivendicano la propria sovranità alimentare a partire dalla propria cultura e da ció che hanno da offrire i luoghi che abitano. Egli torna spesso sul movimento per il diritto al cibo, il diritto all'acqua e alla biodiversità ribadendo che il cibo « potrà renderci liberi se tornerà a essere il nostro cibo, in tutti i modi esistenti e immaginabili, secondo le diverse culture e inclinazioni. Perché cibo è libertà».


Mi lascia un po' perplessa questo libro che pur contiene un messaggio vero e profondo, che condivido. Da ribaltare, forse, la filosofia: cosa fare perché ció si realizzi, come dare il cibo a chi non lo ha? Altrimenti non c'è libertà ma discriminazione o sopruso e il messaggio risulta sterile.


Il cibo oggi per molti è già un miraggio. A Roma domenica ho incontrato non solo clochards, ma gruppi di famiglie mendicare e non erano rom, ho visto anziani rovistare nei cassonetti della spazzatura alla ricerca di qualche frutto bacato o di qualche scatoletta scaduta, ho letto negli occhi dei bambini infreddoliti e sporchi la fame. Cibo è necessità e dignità, cibo è avere un lavoro e disporre di una somma dignitosa di sopravvivenza.


Cibo è innanzitutto giustizia ed equità. Andando a piedi per via Nazionale, perché il centro era bloccato da coloro che rivendicavano il diritto di curarsi con le staminali, ho riflettuto sul significato del binomio: il cibo della cultura è il primo, irrinunciabile passo perché si realizzi il secondo elemento.

Cetta Berardo

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