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Ciliegie, frutto del desiderio


Giovedì 30, Maggio 2013
in  Leggere con gusto


Non so se quest'anno ne mangeró, per via del tempo non clemente. Ma le ciliegie sono state sempre la passione della mia infanzia. Le adocchiavo, quando erano merce rara, e costosa, le agognavo, ma più che gustarle mi piaceva vederle e mettermi un grappolo tra le orecchie. Come grossi orecchini. Belle, lucide, quelle nerissime mi attraevano per il fascino tenebroso del colore, quelle rosse e gialle per l'allegria che riscuotevano. Preferivo quelle dolcissime, un po meno le acidule.


L'Aretino canta: E che dico io de le mandorle tenerine che mi piacciono come a le femine gravide? A pena le ciriege cominciano a far le gote rosse, che mature me ne fate assaggiare.


Impreziosite dal nome di origine greca, Cerasunte, sul mar Nero, l'attuale Turchia, incoronate da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, coltivate dai Romani, le ciliegie riempiono il portafrutta in tavola e sono sinonimo di opulenza. Arcimboldo lo testimonia, quando dipinge l'estate: un profluvio di colori, di verdure e frutta varia, le fragole rosse in bocca e tanti ciuffi di ciliegie tra i capelli, che sbucano tra spighe di grano. Roland Barthes individua nella pittura di Arcimboldo una somiglianza con la struttura del linguaggio. Così come nel linguaggio il discorso si articola in parole e queste, a loro volta, si scompongono in fonemi insignificanti, nei quadri dell'artista rinascimentale è possibile individuare la stessa costruzione, che dal senso giunge alla figura, a sua volta scomponibile in elementi primari, i quali peró, a differenza dei fonemi, hanno un significato. Le somiglianze non finiscono qui, poiché Arcimboldo è anche un retore, secondo Barthes: «Una conchiglia sta per un orecchio: è una metafora. Un ammasso di pesci sta per l'Acqua (dove vivono): è una metonimia. Il Fuoco diventa una testa fiammeggiante: è un'allegoria. Enumerare frutti, pesche, pere, ciliegie, fragole, spighe per lasciare intendere l'Estate: è un'allusione. Ripetere un pesce per farne qui un naso, là una bocca: è un'antanaclasi (ripetizione di una parola con senso mutato). Evocare un nome con un altro che ha la stessa sonorità ('Tu sei Pietro e su questa pietra...'): è un'annominazione; l'evocazione di una cosa tramite un'altra che ha la stessa forma (un naso tramite la groppa di un coniglio): è un'annominazione di immagini» . Bello questo accostamento di cibo e parola. Così per le ciliegie, i modi di dire colgono alcune loro caratteristiche, dilatandole: sperare le ciliegie di gennaio, significa attendere una cosa che non si realizza. Tenere con le ciliegie in bocca è un promettere una cosa e non darla mai, essere come le ciliegie indica cose che si susseguono, che vengono una dopo l'altra, in serie.


Per noi, che amiamo gustarle, metterle in fila significa contarle per poi ... cucinarle. Si possono comporre antipasti, primi e secondi, con le ciliegie. Propongo un antipasto, che costa poco di denaro e di tempo: occorrono tre mele, 12 ciliegie snocciolate, 3 gambi di sedano a cubetti, 4 cucchiai di maionese, 4 cucchiai di yoghurt greco, 4 cucchiai di noci tritate, crescione.


Basta lavare e tagliare il tutto a cubetti, mescolare con yogurt e maionese e servire su foglie di crescione ben lavato, spolverizzando con le noci tritate. Un mix di colori e di paesi: fa sognare il bianco delle coste greche e il profumo delle nostre campagne in fiore.

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