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Clementine colorate e buone


Giovedý 12, Dicembre 2013
in  Leggere con gusto


Il colore è squillante, l'aspetto invidiabile: sono belle e attraenti, se tante, poi, danno l'idea di un gruppo vociante, che si gode il sole e che al sole irrobustisce. Il nome anche è un programma: al femminile, signorine o signore? Si chiamano clementine e vanno per la maggiore. Ma nonostante il nome, non sono la raccolta di costituzioni emanate da Clemente V, anche se con il sacro in qualche modo hanno a che fare. Qualcuno arriccia il naso: non sono naturali, sono un ibrido, un incrocio tra due principi della frutta, il mandarino e l'arancio. E il nome forse deriva da chi per primo avrebbe creato l'incrocio, intorno al 1940 (o al 1902?) secondo alcuni un certo padre Clément Rodier del convento di Misserghin nei pressi di Orano, secondo altri un sacerdote, tale Pierre Clément. Si fa strada inoltre l'ipotesi che l'ibrido sia molto più antico e provenga dalla Cina o dal Giappone; il religioso algerino l'avrebbe solo introdotto nel Mediterraneo. Oggi la clementina ha una sua denominazione (Citrus reticulata Blanco), con caratteristiche proprie llassomiglia al mandarino, ma la polpa è di un colore arancio più intenso, Come il mandarino, si sbuccia e si divide in spicchi con facilità. Il gusto invece è più simile all'arancia, con un perfetto equilibrio tra l'agro e il dolce. Frutto ancora novello, nell'immaginario della gente, che con il pensiero va al mandarino o all'arancia, anche in letteratura non ha una degna considerazione, pochi lo nominano, molti peró lo gustano.


Sono mandarini e arance ad avere la fama letteraria, magari accomunati, come dice Ojetti: Altro paese, che quello tra Alghero e Sassari: campi e orti, qui spianati, e rastrellati; aranci e mandarini costellati di frutti, mentre i personaggi di Moravia sono ghiotti di mandarini che gustano con avidità. In uno scritto di anonimo che mi è venuto tra le mani si legge:


Imparai subito, fin da bambino a distinguere/ fra arance, mandarini e mandaranci./ Mi spiegava infatti il signor Sganzetta, vicino di casa/ torinese di quarta generazione che le arance simboleggiavano/ la cultura piemontese, grande, grossa e succosa;/ i mandarini invece erano sinonimo di meridionalità/ di chi arrivava dal sud, piccolo, rachitico e per certi versi aspro./ Il mandarancio quindi non poteva essere altro che l'incrocio/ di là a venire, di queste due culture. Ecco un incrocio sociale. E a tavola è più facile: il salmone farcito con limoni, clementine e pinoli riconcilia nord e sud. Il piatto diventa una specie di agrumeto: gli spicchi gialli e arancio ricoprono, armonicamente, il pesce rosato.

 

Cetta Berardo

 

 

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