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Cucina ebrea, spirito libero


Giovedì 4, Settembre 2014
in  Leggere con gusto


Moni Ovadia, artista poliedrico, attore, drammaturgo, compositore, si diletta di cibo. Anzi si dilettava di cibo. Ho riletto in questi giorni un suo libro del 2010 Il conto dell'ultima cena, che contiene divagazioni su cibo, spirito ed umorismo ebraico. Ha un senso la raccolta, perché Moni, cioè Salomone, ebreo sefardita di origini bulgare, è sensibile alla diffusione di questa cultura.


Parte da qui il viaggio di Moni Ovadia all'interno della tradizione kasher, tra ricordi, sapori e tradizioni religiose. Nel girovagare tra salse mediterranee, melanzane, ceci e uova, emerge una filosofia, un atteggiamento all'assaggio che è prima di tutto interiore, predisposizione dell'animo. «Perché, in fin dei conti, dovremmo tutti imparare a essere kasher, ovvero adatti alla nostra dignità di essere umani». Una sorta di ricerca dell'etica del cibo, la sua, ma anche una ricerca dei propri ricordi d'infanzia e la ricomposizione di una sua identità, un mescolarsi del tempo, dal passato al presente.


«Vuole un cioccolatino? È alla menta». Ci sono sempre cioccolatini da offrire agli ospiti nella cucina di Moni Ovadia, che è il cuore della casa, tutt'uno con lo studio. Il tavolo quadrato è immenso: «Qui facciamo il seder, la nostra cena pasquale con tutti i cibi prescritti, il pane azzimo, l'erba amara ecc. Io e mia moglie Elisa siamo arrivati a essere in cinquanta: ebrei, cristiani, agnostici, atei e diversamente credenti, perché questa è la festa della libertà, la festa di Gesù». Il passato è fatto di due facce, una bella e una tragica: una famiglia benestante, ospitante, esteta nella cura del cibo, poi la diaspora, la fuga dalla Bulgaria e l'approdo a Milano, dalla grande e confortevole casa, a una pensioncina a mangiar fagioli.


«La depositaria della sapienza culinaria della nostra famiglia di ebrei sefarditi bulgari catapultati in Italia dalla guerra e dalle persecuzioni era mia madre. Lei cucinava bene. Aveva dalla sua la bellissima tradizione della cucina giudaico-spagnola di origine con un'impronta dell'impero ottomano. Con l'andare degli anni il senso di questa perdita si è fatto via via più acuto e la voglia di ritrovare quei sapori è diventato impellente».


Moni Ovadia interroga nel libro anche la sua amica novantenne Janette Ceresi, un'ebrea mezza ashkenazita e mezza sefardita, che lo aiuta a ripercorrere il sentiero della memoria tra quelle vivande diffuse in un mondo che andava da Alessandria d'Egitto a Salonicco.


«Nella cucina di Janette ho ritrovato parte delle mie radici di ebreo sefardita riscoprendo i sapori della mia intimità familiare: burmuelos, zalabia, felafel, le spezie, il coriandolo: basta metterne un cucchiaio da brodo nella zuppa di verdure e lasciarlo riposare un giorno perché esprima tutto il suo particolare sapore».


Moni oggi si accontenta di una buona pastasciutta al pomodoro, di una frittatina, di un piatto di borlotti, di quattro datteri freschi, per star bene. Ma per star meglio c'è qualcosa che è la vera promessa dell'Eden: «I dolci! Il cioccolato...il cioccolato è quello che si mangiava in Paradiso»!.

 

Cetta Berardo

 

 

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