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Domenica 20 marzo


Giovedì 17, Marzo 2016
in  Il Vangelo della Domenica


All'inizio del Vangelo di Luca Gesù compare fra i pastori: gli ultimi, le persone disprezzate, puzzolenti, gli impuri di Israele. Poi trascorre la sua vita pubblica, insegnando e compiendo segni con 'il dito di Dio', in mezzo a banali pescatori della periferia di Galilea, a pubblicani, a peccatori, a prostitute. Alla fine muore non con i santi, no, ma ancora fra coloro che più ha amato: i peccatori. Sulla croce ha al fianco due poveri infelici che hanno sbagliato tutto nella vita.
Gesù è venuto dal cielo, ha compiuto il suo pellegrinaggio su questa terra e ora torna al Padre. Torna con uno che rappresenta tutti gli uomini e donne della storia: un peccatore recuperato dal suo amore!
Gesù non ha ricercato la morte in croce, ma per evitarla avrebbe dovuto rinnegare la sua missione, ogni gesto e parola della sua vita, abbandonando l'uomo nelle mani del 'principe di questo mondo'.
Egli è stato condannato a morte perché ha proposto un nuovo volto di Dio: non più giustiziere, ma che ha in cuore solo la volontà di salvare ogni uomo. Egli è stato condannato a morte perché ha proposto un nuovo volto dell'uomo, capovolgendo i valori di questo mondo: grande non è chi vince e domina, ma chi serve per amore. Egli è stato condannato a morte perché ha proposto una nuova religione, non più dei riti, ma dello 'spirito e verità'. Egli è stato condannato a morte perché ha proposto una nuova società in cui il 'primo' è il povero, il debole, l'emarginato.
Egli è stato 'luce' che ha squarciato le tenebre del mondo. Alcuni raggi sono stati particolarmente intensi e sono penetrati negli occhi e nel cuore 'dei piccoli' riempiendoli di gioia e di speranza, ma hanno anche abbagliato e infastidito occhi torbidi 'dei sapienti e dei dotti'.
Gesù ha risvegliato nei cuori la speranza, quella che nutre il cuore di Dio, quella che 'rialza' ogni uomo e donna che si affida a Lui, perché possa costruire un nuovo futuro, dove il male, il peccato, la morte, non hanno più l'ultima parola, dove il vento dello Spirito riempie le vele della vita e la gioia ha il sorriso di Dio.
Al cuore del Vangelo sta questo straziante 'spettacolo' della croce: Dio che muore per amore. La croce non si capisce, si contempla con gli occhi del cuore. Ed essi vedono un Dio pazzo d'amore, disposto a tutto per me, per quella povera creatura che io sono.
È il Re del mondo che perde tutto per potermi abbracciare. Egli pende nudo e disonorato da quel legno, il Figlio di Dio a braccia spalancate che mi grida: Ti amo. Proprio a me.
Sono chiamato, anche quest'anno, ad accostarmi in silenzio, nel silenzio del mio cuore, alla lettura della Passione. Nel silenzio di chi sa di trovarsi di fronte alla vicenda del Figlio di Dio, ma anche alla vicenda di ogni uomo. So che non capiró mai del tutto, ma so anche che Cristo non è venuto nel mondo perché lo comprendessimo, ma perché ci aggrappassimo a lui, afferrandoci alla croce, lasciandoci semplicemente trasportare da lui, su in alto, verso il grande Regno della vita.
Perché questi è il Dio che entra nella tragedia umana, sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui.
Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. Là sul calvario si capisce che l'amore non è possesso o rapina, ma è dono di sé; che la vita per me, uomo e donna amati dal Signore, nasce e rinasce dalle lacrime e dal sangue di Dio, pioggia che continuamente la feconda di risurrezione. Nessuno è perduto per sempre, nessuno potrà andare così lontano da non poter essere raggiunto.
Buona settimana santa.

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