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Domenica 29 marzo


Giovedý 26, Marzo 2015
in  Il Vangelo della Domenica


Il racconto della passione e morte di Gesù in croce ci introduce nella settimana centrale di tutto l'anno: sono i giorni del nostro destino. Questo racconto ci chiede non solo di ricordare, ma soprattutto di partecipare. Noi tutti siamo contemporanei della eterna passione di Dio e dell'uomo, e ad essa possiamo anche partecipare se, come le donne al Calvario, stiamo vicino alle croci infinite dei nostri fratelli.


La croce era lo strumento del più crudele e orribile dei supplizi, era la pena capitale riservata ai banditi, agli schiavi ribelli, ai marginali della società, colpevoli di delitti efferati.


Dunque, professarsi seguaci di un crocifisso è una follia! Una vergogna, una scelta contraria al buon senso! È san Paolo a ricordare ai corinzi: 'Noi predichiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani'.


La croce è l'immagine più pura e più alta che Dio ha dato di se stesso. Se vuoi capire chi è Dio, devi solo inginocchiarti ai piedi della croce.


«Ha salvato altri, non puó salvare se stesso». Ma Dio è cosi: non pensa a salvare se stesso, egli si interessa solo dell'uomo. Viene distrutta la vecchia immagine di Dio e appare un Dio inedito, che non chiede sacrifici ma sacrifica se stesso!


E allora, dopo duemila anni, siamo ancora qui, come le donne, come i discepoli, come il centurione, a stupirci e a innamorarci di quel Dio, perchè nella croce seduzione e attrazione (...quando saró innalzato attireró tutti a me!): fuori Gerusalemme, sulla collina, c'è il Figlio di Dio che si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d'amore.


Un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. Un uomo nudo, inchiodato e morente, con le braccia aperte in un abbraccio che nulla, mai, potrà annullare, da cui nessuno, mai, ci potrà separare.


«Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra». Dio non salva dalla croce, ma nella croce; non protegge dal dolore, ma nel dolore. Il salmo dell'angoscia che Gesù prega sulla croce termina con un grido: «Mi hai risposto, mi hai esaudito» (cfr. Sal 22,22-23). Esaudito non nell'evitare la morte, ma nell'attraversarla e risorgere.


Là sul calvario, il primo atto di fede non viene da un discepolo, ma da un estraneo, dal centurione romano, che «Avendolo visto spirare in quel modo, disse: 'Davvero quest'uomo era Figlio di Dio!'». Non dallo sfolgorio di una luce nuova, ma nella tenebra del venerdì santo, vedendolo sulla croce, sul trono dell'infamia, quel soldato esperto di morte, che ha visto e ha dato la morte cento volte, dice: costui era Figlio di Dio. Morire cosi, morire d'amore, è rivelazione, è cosa da Dio. Ha visto in quell'uomo l'esatto contrario di ció che è un soldato. Lui sa che il potere appartiene al più forte, al più crudele. E invece sulla croce vede il potere di Dio, che non è quello di procurare la morte, ma di dare la vita; che non è quello di asservire l'uomo, ma di porsi a servizio dell'uomo.


Venerare la croce non significa inchinarsi di fronte a un oggetto materiale e neppure soffermarsi sull'aspetto del dolore fisico della passione di Gesù. La croce indica una scelta di vita: quella del dono di sé. Contemplarla vuol dire prenderla come punto di riferimento di ogni decisione. La croce di Cristo è il prodigio di una vita plasmata solo dall'amore e dall'abbandono fiducioso nelle mani del Padre.


Buona domenica e buona settimana santa.

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