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Domenica 8 maggio


Giovedì 5, Maggio 2016
in  Il Vangelo della Domenica


Nella pagina del Vangelo e nel brano degli Atti (prima lettura) l'autore, l'evangelista Luca, non ha la preoccupazione di informarci su dove, come e quando Gesù è salito al cielo, bensì quella di annunciare la 'luce' nuova che la risurrezione dona agli occhi di ogni credente. Noi occidentali avremo fatto un discorso. Ma un orientale, che ha una mentalità più concreta, lo esprime con un racconto, un'immagine, un disegno del cuore. Chi è colui che sale al cielo? È il Dio che ha preso su di sé il mio patire per accendere scintille di risurrezione, ha preso il mio buio per aprire squarci di luce, ha preso le mie prigioni per romperne i muri.
Gesù lascia un dono e un compito: predicate «la conversione e il perdono dei peccati». Conversione: l'uscire dalle paludi del cuore per balzare sulla terra asciutta della vita nuova da risorti, da uomini e donne 'in piedi'. Il perdono: la freschezza di un cuore che le mani del 'Misericordioso' sempre sono pronte a rendere giardino ricco di fiori e di profumi di vita.
Gesù ci accompagna, certo, ma questo compito, questa missione di Vangelo la affida alla fragilità della sua Chiesa. Siamo noi il volto di Gesù per le persone che incontriamo sulla nostra strada... Tu, fratello e sorella, sei lo sguardo di Dio per le persone che incontrerai. Così il nostro Dio ha deciso. E così davvero accade. L'ascensione segna la fine di un momento, il momento della presenza fisica di Dio. Ora è il tempo di costruire relazioni e rapporti a partire dal sogno di Dio che è la Chiesa: comunità di fratelli e sorelle radunati nella tenerezza e nella franchezza nel Vangelo.
«E, alzate le mani, li benedisse». L'ultima immagine di Gesù, nel racconto del vangelo di oggi, sono le sue mani alzate a benedire. Quella benedizione è la sua parola definitiva, raggiunge ciascuno di noi e non terminerà mai. Assicura che la vita è più forte delle sue ferite. Gesù ha lasciato una benedizione, non un giudizio, non una condanna, non un lamento, non una imposizione. Non ne sono degno, ma accolgo con immensa gioia questa parola di fiducia, mi tengo stretto questo atto di enorme speranza che egli pone in me.
La conclusione del racconto è a sorpresa: i discepoli tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Avrebbero dovuto essere tristi perché finiva la presenza del loro Amico, del loro Maestro... E invece no. Perché Gesù non se ne va altrove, ma entra nel profondo di tutte le vite, per sempre. È la gioia di sapere che il nostro amare non è inutile, perché sarà raccolto goccia a goccia e vissuto per sempre. È la gioia di vedere in Gesù che l'uomo non finisce con il suo corpo, perché la nostra carne ora è fatta di cielo. Accogliamo anche noi l'invito degli angeli (prima lettura): smettiamola di guardare tra le nuvole per cercare il volto di Dio, perché Egli 'ritorna' ogni giorno dentro le pieghe di tutto ció che vivo.
Buona domenica.

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