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Il tè o della perfezione


Giovedì 28, Agosto 2014
in  Leggere con gusto


Passare da un'estate grigia ad un autunno incipiente non è proprio il massimo per gli ozi estivi. E in questo clima uggioso, triste, buio, che risveglia nostalgie e melanconie antiche, il saggio di Aldo Tollini, La cultura del tè in Giappone e la ricerca della perfezione, mi ha risollevato lo spirito.


Il poeta Lu Tung, detto 'il pazzo del tè' dice: 'La prima tazza mi umetta le labbra e la gola. La seconda bandisce la solitudine. La terza dissipa la pesantezza della mente confusa da tante letture. La quarta fa esalare una lieve traspirazione, disperdendo dai pori tutte le sofferenze della vita. La quinta mi purifica, la sesta mi apre il regno degli immortali, la settima, ah perché non ne posso bere di più!'.


In fondo riscoprire il rituale del tè aiuta e rilassa, mantiene una sana corrispondenza con il tempo, ci si inebria del suo profumo, si attende e poi si beve quell'acqua che con lentezza si tinge di brunito. A chi piace, un'aggiunta di latte o una fetta di limone non guastano. Addirittura Gogol considera questo momento basilare che prepara all'ascesi, perché attiva il pensiero e fa partorire delle idee. Aldo Tollini, nel suo excursus storico, ci avvicina alla cultura del tè tipica del Giappone, parla di teorie, tecniche, procedure, della via del tè e dell'arte sottesa. La cerimonia del tè era così radicata che a scuola costituiva una parte del percorso scolastico delle scuole femminili giapponesi di fine ottocento. Diventare buona madre, ottima donna di casa, significava imparare a offrire il tè agli ospiti.


Da noi è semplicemente un versare acqua calda in una tazza con bustina: è pratica più veloce. Serve per scandire il tempo in pomeriggi pieni di conversazioni inutili o per sancire un incontro con le amiche del cuore, al chiuso di una pasticceria con arredi datati. Per Proust infreddolito da un'uscita sotto la neve, il tè era stata la strada imprevista per sciogliere le catene della memoria: 'La vecchia cuoca mi propose una tazza di tè che non prendo mai'. A ridosso, il calore della bevanda, il suo aroma, con quello del pane tostato, gli avevano aperto la strada della Recherche. Per noi, in forma meno aulica, una tazza di tè rappresenta un momento di benessere: non solo lo si assapora, ma si pensa, perché la bevanda contiene un significato metafisico, che faceva dire al primo estensore di un Codice del tè, Lu Yu, nel 780 d. C: 'Il tè non è solo un rimedio per combattere la sonnolenza. E' un modo per aiutare l'uomo a tornare alle sue origini, l'unica ora del giorno in cui il principe e il contadino condividono gli stessi pensieri e la stessa felicità, preparandosi a tornare al loro destino'. Sarà proprio vero?

 

Cetta Berardo

 

 

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