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Il trauma che non fa rumore


Giovedì 16, Ottobre 2014
in  Libera-Mente


Avete mai provato ad osservare un cucciolo d'uomo, anche molto piccolo, di qualche mese, nel momento in cui viene lasciato solo con se stesso? In quella che viene definita come la separazione dalla figura di attaccamento?


Forza nonni e nonne, papà e mamme, zii e zie, fratelli, sorelle... Sbizzarritevi. Pensate ai vostri pupetti di oggi e di ieri... Al vostro nido lasciato vuoto a cui una cicogna ha fatto ritorno con un fagotto rosa o azzurro con i vostri occhi vispi, o il naso all'insù come quello di madrina... È vero, c'è chi strilla come i venditori ambulanti di cocco sulle spiagge italiane...


Sì, c'è anche chi non sembra fare una piega, se armato di biberon...


Per qualcuno, anche più grandicello, la regola è fare più rumore possibile per qualche minuto; giusto il tempo di ricordare ai più sbadati la propria presenza, per poi arrangiarsi con quel peluche nuovo che sembra essere l'unico davvero in grado di capire la necessità della parola: 'Rimanere'. Non potrebbe fare altrimenti.


Vorrei ora tentare di farvi accedere al trauma da neglect; alla trascuratezza emotiva; a quella forma di trauma silenzioso, ma tra i più temibili che una mente umana possa concepire più o meno direttamente. A quella ferita invisibile esternamente, ma non a una risonanza magnetica funzionale. Avete sentito bene. Il cervello in fase di sviluppo di un bambino deprivato di relazione affettiva, di cure e presenza, è la metà, in termini di volume e di connessioni neurali, di quello di un piccolo cresciuto in un contesto di accudimento adeguato. Il rapporto che c'è tra un melone e una palla da tennis. Relazione affettiva che plasma la carne nel bene o nel male. Non parole al vento.


A questo tipo di assenza mancheranno le parole per dirlo, come per molti altri mali, ma mai la memoria incarnata di un vuoto che è stato. Quel nulla dentro, come un'ombra, farà veloce ad impossessarsi anche di ció che è fuori, perché l'uomo fugge il buio che non conosce, e la solitudine sarà compagna di vita. Senza rumore. Nemmeno un lamento...


Avete mai ascoltato la cantilena di un orfanotrofio? Non qui da noi, certo, lontano... tanto lontano nel tempo e nello spazio... Dove la gente non sa... Un cucciolo abbandonato non puó sopravvivere da solo. È la natura dentro di lui che gli parla. Un cucciolo abbandonato fa più rumore che puó. Deve richiamare l'attenzione di chi tutela la sua vita. Se nessuno risponde aumenta il tiro. Urla disperate... Finchè il corpo non puó più sostenerlo. Perde peso nonostante sia alimentato. Come una candela lasciata accesa...


Sono passati due mesi ormai... Ancora nessuno alla porta... Non c'è più speranza. Tre mesi. Nessuno...


Rifiuta il contatto. Ritirati in te stesso, suggerisce madre natura. Annullati agli occhi del mondo. Potrebbe essere pericoloso farsi sentire con tutti quei predatori in giro quando nessuno ti protegge. Il nervo vago dorsale ha attivato l'ultima difesa utile alla sopravvivenza: il fainting (finta morte). Sopravvivi, ma le tue funzioni vitali sono ridotte al minimo. Hai smesso di vivere. Di credere in quella vita che, per l'uomo, è anche e soprattutto relazione con qualcuno. Non con qualcosa.


Abbandonare è alimentare invece di nutrire...


Toccare piuttosto che accarezzare...


Considerare invece di amare...

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