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Il destino del tempo


Giovedì 13, Settembre 2012
in  Stella Stellina



Il tempo, quanti punti interrogativi ci pone questa parola. Ha avuto inizio il tempo?


Avrà una fine? O semplicemente non esiste, come pensava Parinenide? Oppure si sviluppa su cicli eternamente ricorrenti' Oggi la scienza invade il campo dei filosofi e puó esprimere un suo giudizio autorevole.


L'argomento su cui intendo richiamare l'attenzione e la meditazione del lettore è sostanzialmente il seguente: la moderna teoria dell'evoluzione cosmica, che si basa su dati ormai generalmente accolti dalla scienza, puó portare avanti in qualche modo la soluzione del grande problema sul destino del tempo? La questione puó essere posta in termini e aspetti diversi e tuttavia sostanzialmente equivalenti come: qual è il destino dell'Universo?


È destinato a finire o a durare in eterno? È venuto dal nulla e sparirà nel nulla? Riguardando la totalità della realtà in assoluto, queste domande non troveranno mai una soluzione definitiva, ma solo un progressivo avvicinamento alla soluzione a mano a mano che si andrà sviluppando la ragione e la corrispondente apertura dell'Universo conosciuto.


Noi incominceremo col richiamare alla memoria le risposte classiche più importanti che in ogni tempo sono state date a questo gigantesco problema, 'In ogni tempo' perché si ripetono in continuazione, arricchendosi sempre di nuovi aspetti e precisazioni. C'è una prima concezione di Universo che lo identifica con la realtà esteriore, e non considera che possa costituire problemi il fatto che l'Universo sia pensato, ossia che se ne abbia coscienza.


La questione che si è creduto stesse a monte del divenire di questo tipo di Universo riguarda la sua nascita. Prima di divenire, di evolversi, l' 'Universo deve esserci. Come è venuto all'esistenza? Nella più remota antichità la questione è stata risolta col 'mito teogonico' comune in tutte le più antiche mitologie egiziane, assiro-babilonesi ed estremo-asiatiche (cinesi e indiane). L'essere, ossia l'insieme del mondo e degli dei, sarebbe derivato dal caos primitivo, dal Tao, che è più non- essere che essere, o meglio, qualcosa di mezzo tra il non- essere assoluto e l'essere in qualche modo organizzato nell'insieme degli enti che poi lo costituiscono. Basterà qualche citazione per questo modo di pensare che, essendo appunto mitologico, è quasi esclusivamente rappresentazione priva di logica articolazione.


Nella filosofia cinese il Tao è il Tutto-Uno. Indistinto, che non si puó neppure nominare perché nominare e determinare, ossia dividere, e quindi introdurre la falsa molteplicità dei fenomeni. Anche tra i Greci l''apeiron' di Anassimandro, ossia 'l'indidistinto' che tutto genera da sé e in sé tutto riassorbe, esprime in definitiva lo stesso concetto.


Ma ben presto all'interno di queste prime indistinte rappresentazioni mitologiche nasce la necessità di una ulteriore precisazione: 'alcuni dicono che all'inizio di tutte le cose non c'era altro che il niente, solo e senza secondo.


Da questo niente nacque l'Essere. ma come potrebbe essere così Come potrebbe l'Essere nascere dal niente? In verità, e l'Essere che c'era all'inizio, l'essere solo e senza secondo'.


E qui ormai presente in tutta la sua chiarezza il concetto centrale che sarà più tardi alla base di tutta la filosofia di Parmenide, vissuto com'è noto, verso il 500 a.C.


Solo che Parmenide radicalizzerà il concetto di questo essere, per lui ancora identico al mondo, fino a negarne il divenire e più in generale il movimento. Esso è eterno, ingenerato, indistruttibile, sempre identico a sé stesso, perché se in qualunque modo divenisse, significherebbe che qualche cosa, qualche aspetto sarebbe passato dal non essere all'essere, mentre invece la verità ultima fondamentale e nello stesso tempo conclusiva di ogni discorso è che l'essere è e il non essere non è.


Un discepolo famoso di Parmenide, Melisso di Samo, riprenderà lo stesso discorso e lo porterà avanti. A parziale parziale differenza del maestro, per il quale l'essere, ossia il mondo, essendo perfetto, è pensabile come una sfera perfettamente rotonda in ogni sua parte e quindi ancora limitata, affermerà che l'Essere è infinito anche nello spazio. Se infatti fosse limitato da uno spazio vuoto, ossia da un non-essere, il quale invece non è.


Ovviamente in queste filosofie il tempo, essendo la misura del movimento non puó esserci, esiste soltanto l'eternità immobile.


Continuando e completando il discorso di Parmenide, Emanuele Severino ammette nel suo libro: 'Gli abitatori del tempo' che ci sia l'apparire, e non si puó negare che l'essere, ossia 'l'eterno entra ed esce dall'apparire'.


L'assurdo, per Severino, continua ad essere peró il supporre, come continua a fare pseudo cultura occidentale, anche nelle sue diverse forme di derivazione della filosofia greca post-socratica, che quando qualcosa 'scompare' cada nel nulla. Invece, quando qualcosa 'comparve' venga dal nulla.


Invece, continua ad essere vero il sovrano principio parmenideo che 'il non essere non è'.


La conclusione è che questi, abitatori del tempo, abitano nella non-verità nella sua forma più estrema, ossia nell'assurdo. In fondo, per tutte queste concezioni tutto, ossia l'essere, cade nel nulla, e quindi esse sono soltanto tragiche espressioni del nichilismo. Sono 'abitatori del tempo' ossia abitatori di ció che divide ossia del nulla.


Ma già il pensiero greco non poteva rassegnarsi all'idea che la verità consista nella negazione di ogni divenire allo scopo di salvare la pura affermazione della vuota identità 'l'essere è'. Il divenire si ridurrebbe a essere solo pura 'apparenza' senza realtà, ossia di opinione non fondata, e non di logos, ossia di ragione autenticamente scientifica ossia fondata.


E Aristotele che in particolare si oppone a simili esagerazioni: 'I primi che si dedicarono alla filosofia, cercando la verità e la natura degli esseri, furono sviati e per così dire spinti di forza su una cattiva via, per incapacità; secondo essi... l'essere non puó essere generato, perché insisteva già, e niente puó essere generato dal non essere... Poi aggravando le conseguenze di un tal punto di partenza, arrivarono ad affermare che la molteplicità non esiste, ma soltanto l'essere. Negare il divenire non significa forse negare l'esperienza un blocco, dal momento che tutto quello che sperimentiamo in un certo tempo passato non c'era e in un certo futuro non ci sarà più?


Per questo molti considerano più ragionevole sostenere che il cosiddetto essere è addirittura il 'divenire', un divenire che dovendo permanere eternamente, assume regolarmente nel pensiero greco un suo ritmo.


Le rappresentazioni di questi cicli eternamente ricorrenti, e quindi i termini con cui vengono espresse, variano nello sviluppo del pensiero greco dagli Orfici a Eraclito, a Empedocle, ma la sostanza rimane sempre la stessa: espansione o contrazione.


Umberto Paoli


1- continua

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