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La leggerezza della poesia


Giovedì 4, Aprile 2013
in  Leggere con gusto



Ci sono libri dove i riferimenti al cibo rappresentano una nota di colore e di allegria, altri dove essi sono così essenziali da apparire ininfluenti, altri ancora dove il cibo scandisce una vicenda, diventa una linea di discesa agli inferi. E accompagna la perdita di dignità del personaggio.


Leggere Campana di vetro di Silvia Plath e sentirsi il freddo dentro è tutt'uno. Provare umana comprensione per la figura della poetessa e nello stesso tempo gratitudine per le pagine che ci ha lasciato, doveroso. In un libro così amaro, icastico e plumbeo, dove le parole e le immagini di quotidianità sono dei macigni di sofferenza, il cibo ha rappresentato per me lettore la parabola metaforica della vita del personaggio.


Il romanzo, pubblicato prima del suicidio della poetessa, è una sorta di autobiografia della Plath. La protagonista, una studentessa americana della buona borghesia, Esther, è proiettata in un contesto urbano dove dovrebbe essere iniziata alla vita sociale e a una rapida affermazione. Con al suo attivo una borsa di studio per un master in giornalismo, Esther viene introdotta in ambienti importanti, che il suo occhio osserva e fotografa, spesso con autosufficienza o con disprezzo. Mai con partecipazione. All'inizio è incuriosita per questo mondo appariscente, dove contano vestiti e sorrisi, dove le persone si muovono con la disinvoltura che Esther non ha, che parlano con affettazione, che mangiano e gustano il cibo provando un sottile piacere.


Sulla tavola del banchetto del 'Ladies Day' facevano bella mostra di sé delle mezze pere avocado giallo- verdi, ripiene di polpa di granchi e maionese, vassoi di roastbeef e pollo freddo e ogni tanto c'era un vasetto di cristallo pieno di caviale. Quella mattina a colazione non avevo avuto tempo di mangiare alla tavola calda dell'albergo, avevo solo bevuto una tazzina di caffè strabollito e tanto amaro che mi aveva fatto arricciare il naso. Stavo morendo di fame.


Così entra in quel mondo, attraverso le portate, i cibi preziosi, gli avocado dalla buccia coriacea di color verdastro e dalla polpa di sapore gradevole. E il cibo diventa il legame con il passato, con le poche pennellate di vita serena di Esther. L'avocado è il mio frutto preferito. Ogni sabato il nonno soleva portarmi una di queste pere nascosta nel fondo della sua borsa sotto sei camicie sporche e il giornale della domenica. Mi insegnó a mangiare l'avocado facendo fondere gelatina d'uva e un condimento d'olio, aceto e odori, il tutto mescolato in una casseruola e riempiendo il cavo della pera con questa salsa rossa. Sentivo nostalgia di quella salsa.


Sentirsi autonoma e soprattutto sopravvivere in un mondo lontano dai propri interessi, tutto volto alla mondanità e al successo, da ottenere a qualsiasi prezzo, quando ci si sente sempre inadeguati, passa anche attraverso il cibo: I miei piatti favoriti sono inondati di burro, formaggio e panna acida, piatti debordanti, ipercalorici, cibi grassi come se il grasso fosse il cuscinetto che manca, l'anello da costruire per stare al mondo.


E in questo mondo crudele, dove si puó anche essere esclusi e arrivare alla degradazione, alla malattia, dove la poesia non è che 'un pizzico di polvere' e i poeti hanno le mani bianchi ed esangui e tozze e mangiano l'insalata con le mani, il cibo assume i colori non colori di una vita prigioniera.


Pareti di una stanza in una clinica da ricchi. Malati mentali, malati d'anima si ritrovano davanti ad un cibo non cibo fatto di fagiolini verdi e di un pastone di maccheroni, gelidi come pietra e agglutinati in una massa informe e gelatinosa. L'abbrutimento fisico, il colorito giallastro del viso, il corpo informe nascosto in camicioni, l'elettroshock passano anche attraverso il pastone. Così il cibo da raffinato diventa via via, in una parabola discendente, quello degli animali, un modo per far sopravvivere, un atto dovuto, dove il mondo tacita i suoi complessi di colpa. L'individuo, l'anima bella che c'è in Esther, viene come annullata. Per poi riaffiorare, dolorosamente.


Ho pensato, chiuso il libro, che quella campana non era di vetro. Manca la leggerezza e la trasparenza del vetro. Sono rimaste invece le poesie di Sylvia Plath, quelle sì trasparenti e 'leggere, della leggerezza della poesia. Parole 'ossi di seppia'.


cetta berardo

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