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La magia dei cantucci


Giovedì 18, Dicembre 2014
in  Leggere con gusto


Sabato a Firenze la pioggia e il cielo grigio me l'hanno resa un po'cupa. Non ho ritrovato l'atmosfera d'un tempo, le tante mostre preziose, gli eventi che attirano frotte di turisti. E' vero, le vie chic come via Tornabuoni o via de' Calzolari, scintillanti di firme, erano gettonate, ma la calca era soprattutto al Macdonald, nelle gelaterie dove montagne di colori tradiscono l'uso dei coloranti.


Ma mi è bastato andare a S. Miniato al monte, e di lì osservare il paesaggio e mi sono riconciliata con la Firenze dei grandi. Fiesole per me è stata una rivelazione: piccola, distinta, nobile, corredata di un teatro romano ben conservato, di ville antiche e moderne che si nascondo nel folto di viali di pini . A Fiesole c'è un convento di suore, dove un'amica preziosa mi ha accolta. Regale il complesso ottocentesco ristrutturato con gusto: un luogo dell'anima, mi son detta, un luogo per scrivere soprattutto. Nel refettorio la colazione spartana mi ha fatto riflettere sul valore delle piccole cose, del cibo in primo luogo: il pane intinto nel latte, la zuppa di un tempo che abbiamo tradito per dozzinali merendine piene di grassi, per torte incellofanate che sanno di niente.


La cena l'ho consumata a Eataly di Firenze. Meno regale della sede di Roma, soprattutto meno accogliente: un cameriere poco educato mi ha servito un primo fatto di spaghetti al pomodoro e un'insalata di pollo, che sono costati un occhio.


A riconciliare stomaco e umore sono stati i cantucci con il vin Santo: un dolce povero, fatto di farina, zucchero, uova, olio, uvetta e anici. Intinti lentamente nel vino liquoroso diventano friabili e uno tira l'altro. Un tempo erano una sciccheria, riservati per i giorni di festa, come afferma Palazzeschi: 'Due dita di vin buono e schietto, in fin di tavola, e un crostino di pane da inzuppare, o mezzo cantuccio di Prato nelle giornate di festa'.


I cantucci hanno varianti a seconda dei luoghi. In origine erano soltanto pezzi di pane abbrustoliti al forno, un cibo poverissimo, che veniva intinto nell'acqua e, per i più fortunati, nel vino. Cassola lo introduce per i suoi contadini: 'Allungó la mano verso il canestro del pane, che conteneva un lungo filo già affettato, staccó il cantuccio e se lo portó alla bocca'. Il pane tacitava la fame, se poi aveva la crosta era più appetibile, faceva rumore in bocca, diventava un suono.


Il dolce ha poteri taumaturgici, fa di colpo vedere il mondo con altri colori: uscendo da Eataly Firenze mi è parsa migliore, con dentro il caldo del vino, mi è parsa meno squillante ma sempre raffinata, ricca di tesori che il mondo ci invidia. Ho pensato alle brutture dell'Italia di oggi e alle bellezze di ieri. Mi sono ricordata del libro di James Hillman, La politica della bellezza: il richiamo all'etica, il bello come un antidoto alla corruzione. Ma come preservarlo?

 

cetta berardo

 

 

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