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La memoria dell'incompiuto


Giovedì 1, Ottobre 2015
in  Libera-Mente


'Conosco il numero delle fessure della tapparelle di camera mia, sai? Per mesi quello è stato il mio unico incontro con la luce del giorno. Potrei raccontarti le venature delle piastrelle di quel pavimento e i loro nomi; rigagnoli di lacrime che non hanno irrigato la terra.


Serve forza per orientare lo sguardo al cielo, ammesso che esso esista ancora da qualche parte... Ci sono giorni in cui il corpo è così anestetizzato in altre faccende da non considerare minimamente la possibilità di un respiro pieno in un mondo anche mio.


Un mondo mio... Sì... Magari... Mondo mio non come sinonimo di possessività; questo no; non è da me. Uno spazio per me, ecco. Non è una questione di libertà. Il mio è un grido di aiuto dal fondo dello stomaco; là dove prende forma quel vuoto senza nome che appiattisce l'anima; la mente; spegne il corpo. Quel vuoto che per tutta la vita ho cercato di colmare col fumo, il cibo, il mio perfezionismo preteso e atteso, il controllo assoluto, il mio prendermi cura degli altri sempre e comunque; soprattutto quando quella solitudine scendeva dal palco per puntare i riflettori su di me tra il pubblico. Niente da fare. Per quanto cercassi di mimetizzarmi tra la folla ci riusciva sempre... Inesorabile solitudine.


Non riesco a fermarmi e concentrarmi su di me. Non ho tempo... Anzi... Ho paura. Forse è paura. Adesso lo sento con chiarezza. Paura di ció che potrei scoprire in me di sbagliato'


Ora possiamo provare ad osservare quella solitudine senza cercare di spiegarla o modificarla. Senza doverci prendere cura degli altri per evitare di incontrare quel bisogno di aiuto, protezione e vicinanza che non hai mai potuto raccontarti davvero per ció che poteva significare per te, ma che è parte di ogni essere umano...


'Avevo 13 anni. Tutte le età sono difficili, ma, per una ragazza, quella è un ostacolo in più. Ricordo le prese in giro delle compagne in palestra per il corpo che cambiava e quel ragazzo che non mi considerava, nonostante facessi di tutto per apparire almeno nel suo campo visivo. Cercavo qualcuno come lui. Come il mio papà. Non sapevo ancora che quella sarebbe stata la mia ultima primavera tra quelle braccia forti che incontravo sempre di meno per mia volontà, ma che sarebbero state pronte ad accogliermi ogniqualvolta avessi desiderato farvi ritorno...


Mio papà se n'è andato un mattino d'autunno. Con le ultime foglie di quercia del giardino. La nostra casa sull'albero era vuota quel giorno. Mancavano gli ultimi pezzi della finestra. Quel martello e quei chiodi sono ancora lì, nonostante i miei trent'anni. Nessuno ha mai chiesto se volessi finirla. La neve ha congelato i nostri sogni. Quelli di una tredicenne innamorata del suo papà e ancora troppo indifesa per affrontare il mondo da sola.


Mamma si è persa. Da quel giorno non è più stata lei. La depressione me l'ha portata via e, con essa, il mio bisogno di protezione e riparo che solo un genitore avrebbe saputo darmi. Che ne sapevo io... Così piccola, eppure troppo grande. Quando ti capitano certe cose hai come la sensazione che sia meglio non parlarne. Aspettare che passi. Sarebbe troppo perdere chi ancora ti rimane perché hai osato raccontare quel nodo alla gola che toglie il fiato. Lasci che finisca nello stomaco... Ti prendi cura degli altri... Crescere prima del tempo mentre una parte di te rimane bambina...


Quell'inverno non ha mai lasciato il mio corpo e la mia mente. Ho solo cercato di sopravvivere evitando di pensarci... Ora piango. Non mi accorgo di quando ho iniziato qui con te. Sono confusa. Che ora è?'


Piangi Lucia. Queste lacrime non cadono più tra le venature delle piastrelle di camera tua. Hanno una forma adesso. Lascia che seminino la terra. Siamo insieme...


Vedete, ci sono inverni che portiamo nel cuore per vite intere per il timore del dolore che potrebbe comportare una primavera anticipata. C'è un tempo per tutto, ma, quando il pianto che segue la morte di una persona cara ci viene portato via, è come se quelle lacrime si congelassero dentro di noi nella forma dell'incompiuto. Ció che ci sarebbe dovuto essere secondo natura e non c'è stato. Tutto questo coincide, in termini neurofisiologici, con quello che le neuroscienze definiscono come network neurale dissociato, ovvero una memoria inconsapevole di una risposta naturale attesa (pianto condiviso ed abreazione con conseguente elaborazione del lutto) che non ha trovato compimento. Un bisogno primario fondamentale violato.


Il corpo non dimentica. Tutto questo dolore, in quanto non accessibile, in molti casi tenderà col tempo a tradursi in un malessere di sottofondo generalizzato capace di determinare disturbi di varia natura in determinate circostanze (perdite, separazioni, ecc...). Nel caso di Lucia(nome di fantasia): depressione, ansia e disturbi alimentari transitori. Non sa ancora che adesso, forse, questo pianto condiviso ha il profumo dei fiori di pesco... La sua nuova primavera.

Fabio Borghino

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