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Le prugne di Virginia Woolf


Giovedì 3, Ottobre 2013
in  Leggere con gusto


Virginia Woolf, nel saggio, Una stanza tutta per sé, ci descrive due momenti conviviali, uno al College maschile di Oxbridge, l'altro a quello femminile. Il primo è caratterizzato dalla ricchezza e raffinatezza dei piatti e dall'atmosfera rilassata ma allo stesso tempo carica di stimoli per lo scambio razionale tra i commensali. L'inizio è con sogliole distese in un piatto profondo, su cui è stato sparso uno strato della più bianca crema, tuttavia segnata qua e là da piccole macchie brune, come le macchie sui fianchi di un daino, seguono le pernici con salse e insalate, quelle amare e quelle dolci, ciascuna al suo posto; con le loro patate, sottili come monete, ma più soffici; i loro cavolini, multifogliati come rose, ma più succulenti. Conclude un dolce il quale si innalzava tutto zucchero dalle onde.


Il secondo è decisamente frugale, l'atmosfera poco stimolante per intavolare una conversazione. L'inizio è contrassegnato dalla minestra, un semplice brodo: Attraverso quel liquido trasparente, si sarebbe potuto vedere qualunque disegno ci fosse stato in fondo al piatto. Ma non c'era alcun disegno: era un piatto bianco. Poi veniva la carne, con il suo contorno di verdure e patate...Poi c'erano le prugne alla crema. E se qualcuno osserva che le prugne, anche se addolcite dalla crema, sono vegetali poco caritatevoli (poiché frutti non sono), fibrosi come il cuore di un avaro, e trasudanti un fluido come quello che scorre per le vene degli avari che per ottant'anni si sono privati del vino e del caldo senza per questo darli ai poveri, dovrebbe riflettere che ci sono persone la cui carità abbraccia perfino le prugne. Infine biscotti secchi che lasciano l'amaro in bocca.


Dal confronto dei due pasti segue la riflessione dell'autrice sul cibo come veicolo e collante sociale: Così com'è strutturato l'essere umano, il cuore, il corpo e il cervello sono mescolati, e non rinchiusi in contenitori isolati - come senza dubbio saranno tra un milione di anni - e una buona cena è molto importante per una buona conversazione. Non si puó pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si è cenato bene. Quella lampadina che è nella spina dorsale non si accende con solo carne e prugne. Parole sacrosante: da sempre il cibo è elemento di affabulazione, a partire dalla scena di Ulisse nell'Odissea: alla corte dei Feaci dopo aver ben mangiato ed essere stato profumato, l'eroe racconta e s'instaura un'atmosfera di empatia e condivisione. Penso invece a quanti hanno scarso cibo, che mendicano un piatto per la sopravvivenza. Oggi, il cibo è un discrimen, sempre più forte e sempre più pesante. Per il bambino che ci guarda con occhi dilatati, dal corpo scheletrico e dal ventre gonfio, che vive in condizioni estreme, il cibo non è affabulazione, è solo dramma.

 

Cetta Berardo

 

 

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