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Le zucche di Segantini


Giovedì 2, Ottobre 2014
in  Leggere con gusto


I ricordi di scuola portano a uno stereotipato Segantini pittore di campi e di mucche al pascolo, la retrospettiva che si è inaugurata a Milano a Palazzo reale in questi giorni apre invece un interessante ritratto del pittore, dando un respiro europeo alla sua produzione.


Infanzia triste, orfano a otto anni, rifiutato dalla sorellastra, Segantini rimane segnato da questa infanzia, dalla perdita degli affetti e, in un secondo momento, dalla perdita dei luoghi: non italiano, non austriaco, vive una condizione di non identità che egli supera attraverso la risorsa dei colori. Milano diventa un punto importante nella sua geografia esistenziale. Nato ad Arco di Trento, 'terra irridenta' sotto il dominio dell'Impero asburgico, persa la cittadinanza austriaca, non otterrà mai cittadinanza e passaporto italiani. Sarà cioè un apolide, ma riempirà questa perdita con un tenore di vita elevato, nei salotti dell'alta borghesia, inebriandosi di paesaggi intensi, come quelli della Brianza e dell'Engadina: campi sconfinati, orizzonti segnati, come Savognino nei Grigioni, una delle ultime residenze, con la catena montuosa intorno, la luce e la trasparenza dell'aria. Emozioni che trasporta in quadri dove figure umane si fondono con l'azzurro del cielo, donne forti, temprate scrutano l'orizzonte, uomini guidano animali. Si riflettono una nuova dimensione di natura e di uomo, un nuovo significato del colore, le nature morte diventano l' espressione del vero ripensato. I funghi ben allineati, oggetti d'arte più che alimenti da gustare o semplicemente da toccare, i pesci affastellati che stanno a rimarcare un'abbondanza, l'anatra appesa che è un'eleganza di bianco che si estende in verticale sulla tela, e poi le zucche e la patate, due quadri particolari, che impressionano per la potenza del tratto e per la mescita dei colori.


La raccolta delle zucche: un verde grigio che sa di zolfo, un tunnel di fumo che segna il passaggio del treno e donne spaventate che afferrano la verdura, come se fossero madri che lottano per il possesso della loro creatura. La raccolta delle patate è una sequenza di donne curvate, allineate come tanti bastoni, su un campo di un giallo oro intenso, pieno di luce. Più che raccoglitrici, sembrano donne in preghiera, davanti alla Gran madre terra: la spiritualità del gesto annulla la fatica. Ecco il cibo dipinto diventa altro, una sorta di reliquia o di feticcio, non più oggetto con un significato, ma significante in funzione dei colori, del surreale paesaggio che predomina.


Questo è il Segantini che mi porto dentro, il pittore dell'essenza del paesaggio, che ha trovato nelle ombre e nelle luci la sua resilienza.

 

cetta berardo

 

 

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