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Le frittate di Gugliemo Pepe


Giovedì 7, Marzo 2013
in  Leggere con gusto



Un articolo comparso recentemente su «La Stampa» relativo all'alimentazione in tempo di crisi, analizza come gli italiani abbiano cambiato abitudini alimentari in questo ultimo anno. Il consumo di carne è drasticamente diminuito, aumentato invece quello di pasta e patate, i cibi poveri per eccellenza.


Per far quadrare i conti, i tempi della fettina ricercata fino all'ossessione, sono lontani: oggi il rognone, la trippa, gli scarti, cioè le parti meno nobili dell'animale, un tempo vilipesi, sono di nuovo richiesti.


Ci vuole fantasia, eccome, per sopravvivere e rendere dignitosa la tavola. Ne sanno qualcosa le tante famiglie che sono sulla soglia della povertà, che si ritrovano a mendicare una tessera di alimenti alla Caritas, ch campano con meno di 10 euro la settimana ed hanno riscoperto il pane del giorno prima. Costa molto meno. Un senegalese giovane, bello e vitale, chiedeva, qualche giorno fa, due pacchi di pasta, al Centro di distribuzione viveri, in ragione della statura e della fame! Ma per lui, single, non è possibile.


Ho pensato che in tempi di magra la frittata è piatto velocissimo da fare e anche da... mangiare. Lippi, poeta rinascimentale, nel suo Malmantile poema eroicomico, costituito in gran parte da una serie di proverbi e modi di dire popolari, evidenzia la vita brevissima della frittata: Si fece una gran furia / che si fan presto sì, ma duran poco, / che appena fatte ell'eran già ingoiate.


Bastano un uovo, due o tre cipolle, una manciata di parmigiano, forza di mano e... voilà. La frittata è fatta!


Ma l'espressione non è così gradevole e gustosa, nel linguaggio comune. E' sinonimo non di creatività (come riuscire a cibare la famiglia con poche cose), ma di disastro. Che frittata ho fatto! E dirlo è sempre un momento di amara autoconsapevolezza. E' sinonimo di pasticcio, di confusione, di qualcosa che non va nel verso giusto. Con poche speranze di poter rimediare. Lo dice Fagiuoli, poeta secentesco, ricorrendo ad un'espressione metaforica: La casa che minaccia di rovina, / non ha bisogno d'esser puntellata, / quando ier l'altro e quando domattina,/ ma sempre , /... perché con quei puntelli or sì or no, / vedrà farsi alla fine una frittata.


Ma non tutte le frittate sono uguali, alcune sono positive, dipende da come le valutiamo, in quale condizione e in quale momento. Ce lo aveva indicato. Pur in un contesto storico- sociale, Settembrini, con parole che oggi suonano molto irridenti: Vogliono Guglielmo Pepe; ebbene questi è migliore degli altri perché farà un'altra frittata, come quella che fece nel 1821. Parole oscure, parole ironiche? No, parole realistiche. A volte le frittate sono buone, buonissime, e valgono non solo a tavola, ma anche in un paese. Basta girarle per il verso giusto.


Cetta Berardo

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