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Mangiare e divorare


Giovedý 20, Marzo 2014
in  Leggere con gusto


Cosa significa mangiare? Walter Benjamin, filosofo e saggista, per qualche momento abbandona il rigore filosofico e si affida al piacere della tavola. Fissa i suoi ricordi gastronomici nel libro, oggi edito dall'editore Henry Beyle, dal titolo Mangiare, in cui egli delinea il suo rapporto con il cibo e con alcune esperienze che lo hanno portato a elaborare pensieri sul tema. Parte dalla definizione del termine 'divorare': Divorare significa soprattutto: mangiare un cibo e solo quello, ma senza lasciarne nulla. Indubbio che, rispetto al piacere del cibo, il divorare si avvicini molto di più all'annientare. Così quando si addenta una mortadella come se fosse una pagnotta, si affonda la faccia nel melone come in un guanciale, si lecca il caviale dalla carta oleata, o davanti una forma di Edam, si dimentica semplicemente qualsiasi altra cosa commestibile esista sulla terra. Perché usare un termine così brutto e negativo? Benjamin è memore di un'esperienza capitatagli, i fichi finiti nelle tasche della giacca per mancanza di un contenitore adatto. Allora la necessità di ingozzarsi di fichi, prima che diventino flaccidi, fino a provarne nausea. Di qui la sua riflessione sul divorare, ben diverso dal mangiare. Il primo include la sazietà e poi il disgusto, il secondo implica il gusto. E detto da lui, il filosofo dell'estetica, è importante. Di Benjamin ricordiamo il saggio su Parigi come 'capitale del XIX secolo ', nella quale il pensatore ha cercato di afferrare il senso di un'intera epoca storica paragonando l'analisi della poesia di Baudelaire a quella dell'assetto urbanistico parigino; in particolare distingue il concetto di 'esperienza' dal concetto di 'esperienza vissuta'; la seconda permette di rielaborare razionalmente, attraverso la riflessione, gli 'choc' della vita, così da impedirne la penetrazione nel profondo e da difenderne la coscienza dal loro assalto. La semplice 'esperienza' è invece quella subita direttamente dallo choc, senza mediazione. Così a proposito del cibo, l'esperienza dei fichi è choc che genera il disgusto, mentre l'esperienza vissuta porta a mutare e mutarsi, per passare dal disgusto al gusto, cioè al piacere del cibo. Come la zuppa caprese, che ci racconta, una zuppa offerta da una vecchia nell'isola più bella del mondo: In un vaporare di aglio, fagioli, grasso d'agnello, pomodori, cipolle, olio ... presi il cucchiaio di stagno. Ora penserete che inghiottendo quella broda dovessi farmi strozzare dal disgusto e che per il mio stomaco non ci fosse nulla di più impellente che rigurgitarla? Quanto poco sapete della magia del cibo e quanto poco ne sapessi io stesso fino a quel momento. Giungere a gustarlo fu un'inezia, fu solo il piccolo, decisivo passaggio tra i due momenti: prima sentirne l'odore, poi peró essere irrimediabilmente ghermito da quel cibo. Essere afferrato dal cibo, ecco la chiave del piacere!

 

cetta berardo

 

 

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