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Matteo Monge diventa diacono


DIOCESI - La cerimonia martedì 6 gennaio

Mercoledì 31, Dicembre 2008
in  Vita Ecclesiale



VENASCA- Il giorno dell'Epifania, martedì 6 gennaio, alle ore 15, nella parrocchia di Venasca, il Vescovo mons. Giuseppe Guerrini ordinerà diacono Matteo Monge, 26 anni, di Piasco, in servizio da quasi due anni a Venasca.


Lo abbiamo incontrato prima di questo importante traguardo verso il sacerdozio.


Come vivi la vigilia dell'ordinazione diaconale?


«Sono entusiasta della meta che sto per raggiungere. L'ordinazione diaconale mi rende felice e mi realizza. Se posso dire una cosa che mi stupisce in questi giorni precedenti l'ordinazione sono le tante persone che, nel nascondimento, continuano a offrire preghiere o sofferenze per me. L'entusiasmo non è solo mio, ma lo condivido con i genitori, i fratelli, con mia nonna, la mia famiglia, che mi ha accompagnato in questi anni».


'Stese dall'alto la mano e mi prese'. È tratto dal Salmo 18 il pensiero che Matteo ha scelto per l'ordinazione diaconale. La mano di un anziano che afferra quella di un bimbo. Un segno di condivisione, di gioia, di amore.


Matteo ora diventa diacono. Ma com'è nata la tua vocazione?


«Intanto da una fede molto genuina e tradizionale vissuta nella mia famiglia, che mi ha portato ad aprirmi alla gente, ad apprezzare il gusto dello stare insieme, magari con la nonna a far visita a qualche persona anziana. Nella mia vocazione è stata importante la figura di don Garnero, il mio parroco di Piasco. Mi emoziona ancora adesso pensare ai suoi occhi, che sapevano dire a tutti quanto Dio ci vuole bene. È stato lui che ha innescato la miccia, che mi ha aperto la mente alla vocazione, che poi è stata alimentata da tanti altri. Ho respirato l'aria dell'oratorio, della parrocchia, degli animatori, dei campi scuola, ed ho imparato che c'è gente che dona e si dona gratuitamente agli altri».


Matteo Monge è un giovane conosciuto un po' ovunque. Tra i ragazzi perché insegnante di religione e a contatto con i gruppi giovanili diocesani. Tra i meno giovani che lo hanno un po' tutti visto nei panni di cerimoniere, a fianco del Vescovo, in occasione delle ordinazioni dei suoi compagni...


«Quello del cerimoniere è un servizio importante reso alla liturgia e alla comunità ecclesiale. Un servizio che mi ha permesso tra l'altro di incontrare molte realtà diverse, di vivere la dimensione di tante parrocchie, di incontrare altri sacerdoti. Tutti aspetti importanti, che mi hanno cresciuto».


Come mai due anni di attesa, al termine degli studi, prima di diventare diacono?


«E' stata una scelta mia, condivisa con i superiori. E sono contento di averla fatta perché ho avuto modo di vivere due esperienze che mi hanno aiutato molto. La prima è rappresentata dai dieci mesi trascorsi al Cottolengo, vicino al malato, all'ultimo. È bello vedere ammalati che ti aiutano e ti vogliono bene con gli occhi. Toccante l'incontro con un gruppo di bambini del reparto oncologico del Regina Margherita (purtroppo solo più uno di essi è ancora vivo); non li ho mai sentiti pregare per sé, ma sempre gli altri. Il contatto con la malattia e la sofferenza mi ha maturato, perché vedi l'uomo per quello che è, senza maschere. La seconda bella esperienza è stata quella dell'insegnamento e sono contento che il Vescovo me l'abbia proposta. In questo caso il contesto è diverso e l'utenza è disomogenea, ma si creano rapporti molto belli con i ragazzi»


In tutti questi anni di studio, di Seminario, mai un ripensamento per una scelta di vita diversa da quella sacerdotale?


«Certamente ho riflettuto e ho pensato. Peró sono giunto alla conclusione che questa scelta è importante perché è una donazione totale all'altro. Quella del prete è una condizione di libertà che ti permette di donarti totalmente agli altri».


Un pensiero, un ricordo per qualche persona particolare alla vigilia dell'ordinazione diaconale?


«Ricordo con emozione mio nonno paterno Angelo, che ora non c'è più, e mia nonna Lena. Con loro ho imparato ad apprezzare e stimare il lavoro dei campi; ho compreso che, come l'agricoltore aspetta la pioggia e si rende conto che non tutto dipende da lui, così è per tutti noi. Un grazie particolarissimo va poi ai miei genitori, per il coraggio dell'adozione, che certamente per loro è stata una sfida. Loro mi hanno amato di un amore che va oltre i limiti ed il legame di sangue. E poi un grazie a tutti gli amici e coloro che mi sono stati accanto: da don Rocco a don Roberto, ai sacerdoti, ai laici, che mi hanno davvero accompagnato in questa mia scelta di vita».


daniele isaia

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