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Ognissanti, festa anche a tavola


Giovedì 31, Ottobre 2013
in  Leggere con gusto


Ognissanti: con la doppia sibilante, la ricorrenza del 1° novembre appare più solida e compatta. Santi e defunti uniti, il rito dei fiori, le tombe addobbate, i ricordi che incalzano e i dolori che riaffiorano. Ma mi piace pensare a questa ricorrenza come a una festa, dove il giallo dei crisantemi o l'amaranto o il bianco si uniscono all'onestà, alla coerenza, alla dignità, alla genorosità. I tanti colori di una tavolozza dell'anima.


Festa innanzitutto, ci ricorda Boccaccio nel Decameron: Sentendo lui il dì d'Ognisanti in Rossiglione dover fare una gran festa di donne e di cavalieri. Festa che comporta abbigliamento adeguato, una sorta di passerella per farsi vedere e adocchiare. Lorenzo Bellini, medico e membro dell'Accademia dell'Arcadia, a fine Seicento, declina in versi:


Vestita d'un panno fine fine,/ e tutta rilucente di bisanti/ e di codin di pelle zibelline, / ve n'andrete , le pasque e l'ognissanti, / tutta di boria e di contento gonfia,/in chiesa a mostra in manicotto e in guanti.


Se festa è, anche il palato deve godere. Culinariamente parlando, ogni regione italiana ha legato anche alla tavola queste due ricorrenze. Si tratta per la maggior parte di ricette a base di prodotti di stagione come la zucca, le castagne, la verza, il maiale, legumi - soprattutto fave e ceci- e frutta secca. In Liguria si usa mangiare carne di pollo il giorno dei Santi per tenere fede al proverbio 'Santi senza becco, Natale poveretto.'


Il pan dei morti è un'antica ricetta, originaria del milanese e diffusa in varie zone dell'Italia del Nord, una sorta di offerta ai defunti che ha origini antiche: i Greci, ad esempio, offrivano un pane dei morti a Demetra, la Dea delle messi, per assicurarsi un buon raccolto. In Sicilia c'è il trionfo dei dolci. Lo racconta Camilleri a cui piace riandare alle ricorrenze del passato in cui sono racchiusi gli sfizi dell'infanzia: Fino al 1943, nella notte tra il primo e il due di novembre ogni casa siciliana si popolava di morti. I bambini mettevano sotto il letto una cesta di vimini, con dentro giocattoli, trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza. In attesa dei dolci che erano quelli rituali, detti appunto 'dei morti': marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, 'rami di meli' fatti di farina e miele, 'mustazzola' di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il 'pupo di zucchero' che in genere raffigurava un bersagliere con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza.


A me piace ricordare la fiaba giapponese sull'origine del crisantemo, che mia madre raccontava, per rendermi amabile il giorno dei morti: la mamma povera con due bambine che accoglie una notte un ragazzino affamato. Si priva del poco che ha, ma il mattino seguente, invece del ragazzo, trova dei bellissimi crisantemi fioriti, che diverranno la sua ricchezza. Amore e generosità verso il prossimo e perché no? Tentar non nuoce: la frittatina di petali di crisantemi, potrebbe essere la vera festa.

 

cetta berardo

 

 

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