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Quando il colore è vita


Venerd́ 16, Marzo 2007
in  Arte & Fede



Ieri ho avuto un non piccolo dispiacere. Ho saputo da Erica, la mia figlietta 'messicana' che Luciano Valentinotti tiene la sua mostra personale dal 15 marzo. Valentinotti è un nome poco noto da noi, ma è il pittore italiano conosciutissimo e più amato in Messico, dove risiede da più di trent'anni. Il mio dispiacere deriva da una inadempienza. Nel mio lungo soggiorno di dicembre-gennaio a Città del Messico ho avuto la fortunata opportunità di conoscere Valentinotti, anche di frequentarlo nel suo immenso studio e di conoscere la sua pittura.


Luciano è persona di prorompente vitalità e di immensa generosità; gli avrei più che volentieri acquistato un dipinto: non ha accettato i mille euro offerti: sicuramente una somma esigua per le sue quotazioni.


C'era un dipinto intitolato, 'Raccogliendo i fiori sotto la pioggia' che mi piaceva. Valentinotti ha staccato il quadro dalla parete (una tela di cm. 120 x 120) ed armeggió mezz'ora per togliere il telaio, poi lo introdusse in un tubo di cartone e mi disse: 'Se non ti offendi è tuo'.


Sapeva da internet che avevo qualche volta scritto d'arte e- penso- gradì il mio interessamento per il suo dipinto. Non mi chiese nulla, fui io a dirgli che avrei scritto un articolo. Mi disse che l'avrebbe messo come presentazione alla sua personale. Capii che la data fosse maggio: sordo e senza i ciorniet che non avevo equivocai marzo con maggio. Fui davvero spiaciuto dell'errore. Un fatto tuttavia è sicuro: non so per quale motivo e non so per quale magica fascinazione è questo uno dei doni che mi sono più cari. Mi sentii subito attratto da quel quadro che mi sembrava qua un teorema di alcune mie idee sulla pittura messicana (dal 1950 quando alla Biennale di Venezia vidi i grandi messicani presi una cotta per i pittori di quel paese ed ebbi una venerazione soprattutto per Tamayo, per me, il più insigne di loro). Ancora oggi è il più amato. Non mi rimane che scusarmi, anzi chiedere perdono a Valentinotti; ma la glicemia sicuramente è colpevole dell'errore.


Un curriculum sul grande pittore, che in Italia sono pochi a conoscere. LucianoValentinotti nasce a Fiume nel 1929, quando non era ancora la titna Rijeka. Tre volte profugo. Nel 1944 fu partigiano e partecipó alla liberazione di Fiume; nel '46 andó a Milano e quale profugo chiese di poter emigrare in Canada, in Usa, in Australia per fare o il boscaiolo e il minatore. Ma non fu giudicato adatto questi lavori. Nel 1948 è stato in un campo di reclutamento a Bagnoli. Dopo molti tentativi non andati a buon fine decise di riprendere gli studi interrotti nel 1944.


Doveva peró lavorare per vivere e pagare gli insegnanti perché privatista. Fece molti lavori: traslochi, spalatore di neve, cameriere e altro ancora.


Dopo l'esame di maturità si iscrisse all'Accademia di Brera, conseguendo il diploma di scenografo. Lavoró poi in un'agenzia di pubblicità, ma fu licenziato perché comunista dal titolare fascista. All'Accademia di Brera conobbe un messicano, che insisteva perché andasse a lavorare in Messico. Nel 1960 sposó Mara. Al 1960 al 1965 fece molti lavori: inchieste di mercato, pubblicità per l'Alfa Romeo, servizi fotografici di moda per riviste (Grazia e Annabella). Il lavoro era poco e decisero, lui e la moglie, di andare in Messico. Desiderava fermarsi a Dallas per salutare un amico. Al consolato Usa, per ottenere il visto, l'addetto tira fuori una Bibbia e vuole che giuri che in Usa non ucciderà il loro presidente: 'Sai cosa gli ho risposto!'. Il sei gennaio 1966 atterrà all'aeroporto di Città del Messico l'amico era lì a riceverlo con i mariachi.


Alla fine dell'86 arriva la moglie, che da brava milanese si è rimboccata le maniche: una compagna meravigliosa che lo aiuta sia nel lavoro che nell'educazione dei due figli: Sergio, medico in Svizzera e Sandro, che lavora a Città del Messico, socio in una agenzia pubblicitaria.


Valentinotti ha pubblicato otto libri. Da vent'anni fa solo il pittore. Ha esposto nelle principali città del Messico e della California.


Mi dice: 'Nel futuro spero di continuare a dipingere, ma soprattutto di fare il nonno' il figlio Sergio gli darà a settembre un nipotino: auguri!


Valentinotti rifugge dalla 'bella' pittura, così come dal freddo documento: dipingere per lui è una necessità corporale, una quasi automatica funzione sensoriale, un prolungamento dell'occhio e della mano.


Per Luciano il colore è l'essenza della vita. I frutti del suo procedere, pare siano sulla strada di una disperazione infinita, meglio, forse, della pacificazione di ogni segno di inquietudine, di ogni crepitazione anarchica della materia pittorica. Rivelano la conquista piena e consapevole di uno schema iconografico meditato, severo. E la colorazione così ripudiante è molte volte la maschera di un pudore innato, che vela una pungente sensività lirica oltre che drammatica e la riduce a brividi sottili, a increspature, ammiccamenti, germogli di figure, lampi di luci diverse nella luce compatta di una esplosiva gamma di colori, che lo spazio con nitidi contorni, quasi di isole, di promontori, di colline affilate contro il cielo brividi e germogli che estraggono dalla forma generale altre forme sul punto in cui si manifestano e forse si fanno esplicitamente cose segrete; sul punto che ci vengono incontro segnalando il grondare della disperazione, verso il riparo dove l'immaginazione dell'artista (ma mi pare sia meglio dire la sua meditazione) elabora i primi dati, li riduce ad elementi semplici, velando con il dramma della vita, il tumulto dell'esistenza e l'angoscia implicita nel fare, che è poi sempre un uscire allo scoperto, un esporsi e rendersi vulnerabile realizzando in questo modo il quadro che è supremamente pittorico. Ma non è soltanto buona pittura, giacché ingloba risentimenti vitali e malinconie profonde, silenzi perduti ed immense prospettive di solitudine: un modo al quale è sempre possibile accostarsi per riconoscersi un poco.


La forza travolgente della pittura di Valentinotti viene dalla qualità del suo dialogo con un vero trafigurato. Dialogo serrato e continuo, aperto, senza finte, cioè senza cautele da nessuna parte. Un dialogo con le cose. E le cose sono quelle che sono: parti della realtà che in certo ordine, naturale e convenzionale che sia, occupano un posto nelle esperienze di vita.


Nella pittura di Valentinotti l'immagine è nella realtà: è la realtà stessa: figura e materia, segno e oggetto, storia e natura.


Il vero che Valentinotti scopre, e si rivela è subito nuovo mistero da indagare, da vincere per approdare ad una plaga ignota. Il viaggio della Poesia non ha altra meta che sé stesso, come il viaggio della Ragione.


L'imperativo e il valore morale dell'opera di questo straordinario creatore d'immagini sono proprio nell'indicazione di una continua relatività.


miche berra

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