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Se il cibo sa di cultura


Giovedì 24, Luglio 2014
in  Leggere con gusto


L'ho vista da vicino. La immaginavo sì magra ma imponente, invece è uno scricciolo, dai capelli neri, occhi verdi che bucano, un pallore diafano. Surreale, come l'aggettivo che ha usato molto nel suo conversare in quel di Barolo, domenica pomeriggio. Lei è Herta Müller, tedesca nata in Romania, premio Nobel per la letteratura nel 2009. Alla festa di Collisioni un fiume di giovani e giovanissimi, contro i luoghi comuni che la cultura non attira le nuove generazioni, ci vuole solo turismo tout court, sagre di paese. In quell'anfiteatro di terre che ricordano i quadri di Italo Cremona, in geometrie perfette con case appollaiate in alto, sentinelle che scrutano la ricchezza dei filari, arrivano giovanissimi e non a sentire musica, ad abbeverarsi di parole, a incontrare i propri miti, a gustare cibo o semplicemente sorseggiare un bicchiere di vino.


Herta Müller, donna che sa per aver pagato in passato sotto la dittatura di Ceausescu, parla di Europa, di profughi e rifugiati politici, pronuncia parole dure contro le miopie dell'oggi. Non si puó arrestare il flusso di migranti, dei perseguitati in paesi di piena dittatura. E' ipocrisia dire che bisogna aiutarli nei loro paesi, perché lì c'è l'isteria della fuga e la gente vive di paura. E la paura Herta Müller la trasmette ancora: è l'angoscia di essere spiati sempre durante la giornata, di vedere in casa cambiare collocazione agli oggetti senza sapere come sia stato possibile, una paura che rimane dentro. Le sue parole risuonano come un monito per noi, per la nostra provincia, invasa in questi giorni da un fiume di uomini di colore. Silenziosi, in fila su biciclette, vanno nelle campagne alla ricerca di uno straccio di lavoro.


Ecco, le paure di ieri e le paure dell'oggi: riuscire a trovare un minimo di dignità lontano dal proprio paese, dove la paura è dilagante. Lo scrive con il rigore che la contrassegna Herta Müller nei suoi romanzi: simile a un'infezione che intacca ogni cosa, la città e la campagna, le case e i paesaggi, le strade e le fabbriche, perfino le bevande e il cibo, la dittatura non risparmia nulla, lasciando marcire qualsiasi pur piccola felicità. Il pubblico è in silenzio, non sono possibili scatti fotografici: l'atmosfera è surreale. Arrivano solo gli odori e i profumi di panini, di brasato, nelle tante postazioni gastronomiche trionfano i piatti di formaggio, stuzzichini di pane con salame. Ecco, il cibo puó essere antidoto e allontana la paura. Con i suoi tempi: c'è chi preferisce addentare un pezzo di pizza farcita e chi invece sedersi al ristorante più raffinato e di lì veder passare la gente e intanto gustare il risotto al barolo e catturare i suoni che si amplificano in tutta la vallata. Una festa della cultura dove il cibo c'è ma si coniuga con i pensieri, le parole, i suoni. Cibo della mente, soprattutto.

 

cetta berardo

 

 

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