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Sulle tracce di Cristo


I GIOVANI CATTOLICI INCONTRERANNO IL PONTEFICE - La Turchia aspetta il Papa

Mercoledì 22, Novembre 2006
in  Vita Ecclesiale



Benedetto XVI sarà la settimana prossima in Turchia. Una visita che, per contingenze politiche e di tam-tam mediatico, è stata caricata di molti significati e di molte attese.


Abbiamo chiesto a padre Claudio Monge, domenicano, di Piasco, che vive, studia e lavora in un monastero ad Istanbul, di raccontarci come in Turchia si senta e si viva questa imminente visita papale. Ecco cosa ha scritto per il Corriere.


Da un po' di tempo a questa parte, sembra che non si possa proprio fare a meno di parlare di Turchia. I motivi sono ben noti e l'imminente viaggio papale, il terzo nella storia dopo la storica visita di Paolo VI nel 1967 e il viaggio di Giovanni Paolo II nel 1979, rischia di fungere da semplice cassa di risonanza di interessi che stanno in realtà altrove. Fino qualche mese fa, la visita di Benedetto XVI nello stato laico Turco doveva riguardare in modo quasi esclusivo il solo mondo cristiano: ricordiamo che all'origine di questo viaggio c'è un invito del Patriarca Ecumenico Bartolomeo già indirizzato a Giovanni Paolo II in occasione delle ripetute visite del Patriarca a Roma, soprattutto per le ultime feste dei Santi Pietro e Paolo e dopo lo storico ritorno al Fanar delle reliquie di San Giovanni Crisostomo (347ca-407), padre della Chiesa venerato come primo patriarca di Costantinopoli. In seguito, i ben noti avvenimenti internazionali che hanno di molto complicato i rapporti tra mondo cristiano e mondo islamico (con il Santo Padre spesso all'onore delle cronache per gaffes più o meno involontarie) e la delicata posizione della Turchia in questa fase di trattative in vista di una eventuale integrazione nell'Unione Europea, hanno trasformato la mezza giornata del 28 novembre prossimo ad Ankara, da semplice momento protocollare a vero clou di tutto il viaggio papale. Queste poche ore nella capitale turca saranno caratterizzate, tra l'altro, dagli incontri di gran lunga più delicati: quello con il Presidente della Repubblica, Sezer, con il presidente del Ministero degli Affari religiosi Bardakoðlu e il discorso al corpo diplomatico.


In un Paese che, non dimentichiamolo, resta la culla storica del cristianesimo neotestamentario, l'infima minoranza cristiana tenta in queste ore di 'temporanea celebrità planetaria' di interrogarsi più che sul suo passato sul suo futuro per dare un senso ad un quotidiano spesso faticoso, dove la tentazione più forte da combattere è quella del ripiegamento nella difesa di un gregge sempre più sparuto e di un'identità arroccata per lo più su tradizioni e riti imbalsamati che sembrano talvolta essere considerati come l'unico significato del proprio esistere. Saranno ufficialmente solo due i momenti comunitari d'incontro con Benedetto XVI riservati alle Chiese Cattoliche di Turchia rappresentate nei quattro riti fondamentali presenti nel Paese (latino, caldeo, siro e armeno): le celebrazioni eucaristiche interrituali a Efeso (Meryem Ana, la cosiddetta 'casa della Madonna') del 30 novembre e nella cattedrale latina di Istanbul del 1 dicembre. Questi due appuntamenti concerneranno, comunque, un ristretto numero di partecipanti più o meno rappresentativi e frutto di una faticosissima trattativa diplomatica tra Chiese. Pur non essendo inserito nei programmi ufficiali del viaggio papale, l'incontro più significativo dal punto di vista interecclesiale potrebbe peró essere quello informale con cento giovani ai quali Benedetto XVI dovrebbe indirizzare un brevissimo saluto nel cortile della nunziatura di Istanbul. Questi giovani di diversi riti cattolici si daranno, ad ogni buon conto, appuntamento per pregare insieme, perché restano convinti che, indipendentemente da un peraltro storico incontro con il Successore di Pietro, bisogna lavorare per il futuro, testimoniando della vitalità di una minoranza in terra straniera che non si sente tuttavia in esilio ma sa di incarnare una presenza che puó finalmente essere disinteressatamente evangelica, nel senso di nascosta, interrogante e soprattutto capace di condivisione, prima di tutto culturale. In effetti, dopo secoli di penetrazione del cristianesimo nel segno della logica coloniale, i 'sopravvissuti del ventunesimo secolo' hanno l'occasione di rompere definitivamente con questo passato, liberi di incontrare uomini e donne in questo crocevia di popoli e razze, senza dover fare scelte di campo per privilegiare qualcuno in particolare, sufficientemente lontani dalle sfere d'influenza di gruppi di potere o lobby economiche. Questi giovani rappresentano il mondo cristiano 'della porta accanto', piccolo frammento di quell'immenso mondo cristiano extra europeo con il quale il Santo Padre, uscendo per la prima volta dalla 'roccaforte del Vecchio Continente', ha la possibilità di confrontarsi. Ci auguriamo che abbia davvero un grande desiderio di cercare «tracce discrete della presenza di Cristo» e più tempo possibile per ascoltare, come seppe fare il suo antesignano, Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII.


Claudio Monge

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