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Tagliatelle fatte in casa


Giovedì 19, Novembre 2015
in  Leggere con gusto


Un rito che s'è perduto o smarrito nella freneticità delle nostre giornate, anche per insipienza delle giovani 'casalinghe' distratte. Fare le tagliatelle era un'operazione che vedevamo nella nostra infanzia, scandita da tavolate allegre e vocianti e dall'odore di cibo che impregnava le cucine e tutti gli ambienti di casa. Ora le nostre case hanno odori diversi, profumi di sandalo, essenze orientali che confondono e annullano altri odori.


La mia 'tata', la cugina di famiglia allevata come figlia e che divenne poi madre, sorella, confidente, annullandosi e confondendosi con noi, condividendo i nostri progetti, guidandoci con piglio da signora, era molto brava a preparare le tagliatelle. Si metteva all'opera di buon mattino e si vestiva per l'occasione: grembiale bianco immacolato enorme, che ricopriva tutta la sua minuta figura e un foulard in testa dello stesso colore: 'I capelli della vera cuoca non si devono mai vedere' diceva con tono autorevole, come se fosse una massima di vita. Impastava con forza, con concentrazione, in silenzio e la pasta usciva dalla macchina sempre più sottile, vellutata, fino a scindersi in fili sottili, tutti uguali. Io mi divertivo ad osservare, a pensare che quella operazione era magica.


A tavola, l'orgoglio era alle stelle e il coro dei commensali unanime: 'Brava Annetta', la chiamavano per nome e lei godeva di quelle piccole riconoscenze della vita. Così si sente fiera ed importante, la cuoca di casa Monti, nel libro I Sanssossì , quando nelle festività natalizie prepara le tagliatelle:


Si aprì larga la tavola, e dalle arche e dagli armadi vennero fuori, per l'occasione, tutti gli avanzi di Troia: piatti, piattini, fruttiere, cristalli, posate; Carolina aveva ammannite delle tagliatelle superbe...Zio Pietro troneggiava a capo tavola con la tovaglia bianca sul petto vastissimo, che pareva un tamburo maggiore dell'esercito sardo. Contava dal suo posto di comando i commensali, accennando con la punta del coltello e faceva le porzioni con maestria e signorilità...l'avevano incantato quelle tagliatelle fatte alla moda di lassù, che di compagne a Torino in trattoria non ne aveva mai più trovate.


La scena ha un taglio cinematografico, la macchina da presa prima si sofferma sulla tavola, riccamente imbandita per l'occasione, poi punta decisamente al capotavola, regista del banchetto, di fronte a commensali impettiti, che rispettano il turno ed attendono la porzione di cibo.


Per i nostri vecchi, le tagliatelle racchiudevano la chiave della salute e Arpino, che amava la tavola e la convivialità, interpreta bene questo messaggio esprimendolo nella lingua dei suoi avi, il piemontese, per renderlo più efficace, più vero:


Per evité 'l chirurgo


mi mangiu mac dla gurgo,


e per schiné i bechin


'npiat 'd tajarin


Come erano saggi i nostri vecchi!

 

Cetta Berardo

 

 

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