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Tiramisu


Giovedì 26, Marzo 2015
in  Leggere con gusto


Mai termine puó essere più appropriato come in questi tempi: il 'tiramisù', invito che si fa a se stessi in primo luogo, una richiesta di aiuto. Oppure un desiderio di aromi dolci, di delicatezze culinarie.


Il dolce che va con questo nome risale, per alcuni, al XVII secolo in quel di Siena, in occasione di una visita del Granduca di Toscana, Cosimo III de' Medici. Vanitoso, spendaccione e amante del lusso, questo personaggio era, a quanto pare, anche molto goloso e non mancó di valutare la nuova specialità che, proprio in suo onore, fu battezzata 'zuppa del duca'.Divenuta tanto famosa, da oltrepassare i confini del granducato per approdare a Treviso e quindi a Venezia. Dove, continua la leggenda, diventó il dolce prediletto dai cortigiani. Ma esiste anche una versione più popolare e recente: nato negli anni '60 nelle cucine del ristorante Alle Beccherie di Treviso, grazie alla fantasia della titolare Alba Campeol.


Oggi un libro sotto forma di favola lo immortala, s'intitola Il Granducato di Tiramisù e altri racconti gustosi, di Lamberto Livraghi e Filippo Brambilla. S'immagina un paese cupo, Tristolandia, che si estende dalle montagne di Nevania fino agli abissi di Oceanopoli, dove tutto è grigio, anche il cibo è insapore. Invece nel piccolo granducato confinante, splende il sole e tutti sono contenti, grazie alla trovata della granduchessa: un miscuglio di savoiardi e caffè che tacita le ambizioni di conquista del re Tristan e rende felici i soldati, che pasteggiano con il dolce al mascarpone. Un tiramisù denso e corposo, con tanti tuorli d'uova, zucchero e mascarpone. I savoiardi intinti nel caffè sono disposti a raggera, formano una cupola, ben ricoperti di crema. Quale re vi si puó sottrarre? Quale matrimonio regale puó rinunciarvi? E così il cibo si tinge di rosa, come il Gorgonzola che ha avuto la sua origine dalla storia d'amore di un giovane pastore. Alla fantasia non c'è limite per i due autori dei racconti, che riescono a nobilitare pure lo zafferano, nato per colorare le vetrate del duomo, prima di diventare spezia. Di reale ci sono peró loro, i savoiardi, i biscotti eleganti, lunghi e sottili, friabili, che sono ottimi anche senza crema, intinti nel latte o nel the, che riportano ad atmosfere di un tempo, quando nei salotti buoni le madame e madamine si ritrovavano a ciacolare, a commentare a tinte fosche tresche amorose. Se poi a servire era una cameriera con grembiule e una cuffia alla savoiarda che trattiene i capelli, allora il quadro è perfetto. E i biscotti diventano un'occasione per ridisegnare il presente ed edulcorare il passato. Soprattutto a rendere meno greve la giornata.

 

cetta berardo

 

 

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