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Tuberi degni dei versi di Zanzotto


Giovedì 23, Gennaio 2014
in  Leggere con gusto


Non si possono definire aggraziati, non si possono definire armoniosi. Sono decisamente brutti, bitorzoluti, insomma, fanno esclamare a chi li osserva: 'Ma come avete fatto a diventare così?' Invece loro hanno tutte le carte in regola per essere accolti e una loro identità, a partire dal nome:


i topinambur (nome scientifico, Helianthus tuberosus, in francese topinambour, in inglese Jerusalem artichoke) è una pianta appartenente alla grande famiglia delle composite. In Italia sono presenti soltanto due specie del genere Helianthus: il girasole (Helianthus anuus), coltivato in tutto il mondo, e l'Heliantus tuberosus, originario del Nord America e che fiorisce a fine estate. L'etimologia del nome in italiano, francese e piemontese deriva dal portoghese topinambor, che è il nome di una tribù indigena del Brasile, mentre l'etimologia del nome in inglese è una storpiatura della parola italiana girasole, pianta della stessa famiglia e molto simile, alla quale si è associata la parola artichoke, per il leggero sapore di carciofo del topinambur.


In piemontese sono i tupinabó o ciapinabó, nomignolo che ce li rende subito familiari e semplici, anche se pulirli non è facile: sono come degli anfratti di rocce, delle grotte di stalattiti, con pareti molto irregolari. Dei ciapinabó che ci impegnano parecchio nella pulizia, non possiamo sprecare nulla, perché non sono a poco prezzo, vanno trattati con cura e poi, una volta, riportati al biancore, nel piatto sembrano delle meringhe affettate. Ma contengono dentro, appena mascherati da un velo d'olio, vitamina A e B.


Quello che noi mangiamo è il tubero ipogeo, simile alla patata, per sua natura tenebroso, ma la pianta erbacea, che svetta slanciata fino a tre metri di altezza, dal fusto peloso e foglie oblunghe. Ma a settembre, quando fiorisce, è uno spettacolo: i fiori di un giallo intenso: piccoli soli o girasoli che trasmettono un senso di allegria.


Andrea Zanzotto non li ha disdegnati e ha dedicato versi radiosi ai tuberi sottovalutati.

 

cetta berardo

 

 

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