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Tutti i profumi di Istanbul


Giovedì 13, Marzo 2014
in  Leggere con gusto


C'era una volta, o forse non c'era, quando le creature di Dio erano numerose come chicchi di grano e parlare troppo era peccato... L'inizio è da fiaba, il contenuto è estremamente realistico, anzi profumato. Il libro di Elif Shafak, La Bastarda di Istanbul, non è solo un racconto o un romanzo, ma un'opera sulle usanze, sui detti, sui modi di fare del mondo islamico dove è netta la differenza di ruoli tra l'uomo e la donna. Tante le citazioni, l'utilizzo di vocaboli particolari come l'ashure, simbolo di continuità e stabilità e gli articoli contenenti le regole del mondo musulmano, come ad esempio le regole della donna di Istanbul: Se molestata per strada, meglio scordarsi dell'incidente non appena ripreso il cammino, poiché rimuginare tutto il giorno sull'accaduto non porterà nulla di buono. O le sue 'trasgressioni' che vengono stigmatizzate come il piercing, che una giovane esibisce, come simbolo di libertà: Gli ambulanti notarono con disapprovazione l'anellino luccicante che portava alla narice, chiaro indizio di mancanza di modestia, e perció di lussuria.


Istanbul è lo scenario, città crocevia dove da secoli si incontrano culture e religioni differenti. Proprio in questa città multiforme e piena di colori si conoscono Armanoush, americana in cerca delle proprie radici armene, e Asya, diciannove anni, che vive a Istanbul con la madre, tre zie, la nonna e la bisnonna. Due giovani donne figlie di due mondi che la storia ha visto scontrarsi: a dispetto di tutto, la ragazza armena e la ragazza turca diventano amiche, scoprono insieme il segreto che lega le loro famiglie e fanno i conti con il passato comune dei loro popoli. La trama è scandita da capitoli che portano il nome di spezie esotiche, semplici ingredienti di preziose e tradizionali ricette. Ognuno di questi apre il sipario su vari momenti della storia e trova poi un collegamento tra le pagine, intrecciandosi a un ricordo, al sapore di una preparazione per un giorno di festa, al profumo di una cucina echeggiante di voci familiari, alla speranza, felicità o rabbia, al dolore e alla ribellione per un passato spesso innominabile e ancora denso di segreti. Come l'ashure, la zuppa fatta di ceci, grano in chicchi, riso, nocciole tostate, pistacchi, pinoli, fichi e albicocche secche, scorza d'arancia. Spessa, la zuppa, cosparsa di cannella, di mandorle e semi di melograno, porta in tavola la magia della Turchia e fa dimenticare la subalternità della donna. Ma è attorno a una tazza di caffè alla turca che le famiglie ritrovano la loro identità, in quella polvere di caffè macinata finissima, impalpabile come lo zucchero a velo, che si deposita sul fondo delle tazzine. Lì si disegna il mondo.

 

cetta berardo

 

 

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