Tenancingo é una città dello Stato del Messico di 156.000 abitanti, che si estende per qualche chilometro e che ignora il piano regolatore. Case per lo piú basse per gente corta. Sul tetto di ogni casa c’è un bombolone di plastica per l’acqua, che per bere si fa bollire.
In Messico non ci sono bidet, e per chi usa la carta igienica solo per pulire gli occhiali, non è una assenza da poco. I messicani sono gente molto pulita, che fa la doccia ogni giorno.
A Tenancingo ho fatto un incontro importante, la signora Rosalía Villa, pronipote del mitico Pancho Villa. Non un evento eccezionale, credo. Nel Messico devono essere numerosi i virgulti che hanno sangue del leggendario bandito-generale. É ben noto che Villa era un "femminiere" di prima grandezza, che andava giú "dritto" e le donne incinte furono almeno un centinaio.
La signora Rosalia, che venne a pranzo a Malinalco, ospite di mio genero e di Erica, mi raccontò qualcosa del suo bisavolo.
Pancho Villa nacque da una famiglia di peones, contadini provenienti da Durango, nel 1877. Dopo il tentato omicidio del suo padrone, Francisco Doroteo Arango (è il suo vero nome) riparò sui monti e adottò il soprannome di Pancho Villa. A 22 anni, trasferitosi a Chihuahua, trovò lavoro in miniera deciso a rientrare nella legalità. Ma braccato dai gendarmi dovette darsi di nuovo al banditismo. Nel 1905 costituí un primo nucleo organizzato di ribelli, e nello stesso anno uno dei suoi uomini, un maestro elementare, gli insegnò a leggere e a scrivere.
La domenica del 20 novembre 1910 i peones scesero in rivolta reclamando le terre. Animatore della rivoluzione messicana fu Francesco Madero, agli ordini del quale Pancho Villa mise i suoi 400 armati. L’8 maggio i villisti dopo una serie di vittoriose scaramucce, espugnarono Ciudad Juarez, provocando la caduta del governo e la fuga del dittatore Porfirio Diaz. Nominato generale, Villa fu posto alle dipendenze del generale Vittoriano Huerta, il quale nel 1913, con improvviso tradimento, fece fucilare il nuovo presidente Madero. Nel contempo altre forze popolari erano insorte, capeggiate da Venustiano Carranza, Alvaro Obregón ed Emiliano Zapata. L’anno seguente, la División del Norte, dell’invincibile Pancho Villa, al canto della celebre Cucaracha conquistava Città del Messico costringendo Huerta alla fuga. Carranza era eletto presidente e nel 1917 veniva proclamata una più equa Costituzione. Tre anni dopo, Villa si ritirava in una fattoria che si era fatto costruire a Canutillo, vicino al paese di Parral. Qui, nel 1923, mentre era al volante della propria macchina, in una imboscata veniva trucidato con decine di colpi di mitragliatrice.
In somma sintesi la biografia di un personaggio molto amato non solo in Messico, soggetto di centinaia di libri (l’ultimo del riconosciuto scrittore Paco Ignacio Taibo, che uscirá presto nelle nostre librerie, tradotto dallo scrittore Pino Cacucci), di film e di opere teatrali.
Piluccando dal lungo racconto fatto dalla sua pronipote, cercheró di dire come a 17 anni il peón Francisco Doroteo Arango divenne Pancho Villa.
É il settembre 1894 nello stato messicano di Durango, nella campagna intorno a Canatlán, dove si trova la fattoria di don Agustín Negrete. Vasto "rancho" dal terreno arido e spoglio, battuto dal vento che soffia giu dalle serre.
Riparati dal sole sotto gli ampi sombreri, un gruppo di braccianti sta curvo sulle vanghe. D’un tratto una voce rompe il silenzio. "Doroteo", grida qualcuno "Ehi, Doroteo, vogliono te" avverte uno degli indios. Doroteo solleva il capo e si asciuga il sudore. E’ un meticcio di 17 anni, è un povero peón che non sa nulla di politica. Guardiamolo bene, perchè tra poco la sua faccia verrà riprodotta da una tipografia di Durango e poi affissa, con l’avviso di una taglia agli angoli di ogni strada messicana.
Ha una figura tarchiata, la testa grossa, il collo taurino e un’ombra di baffetti rossicci. Gli occhi a mandorla sempre semichiusi in uno sguardo diffidente.
"Doroteo", insiste la voce "tua sorella é stata violentata". Doroteo getta la vanga, e a piedi scalzi, corre verso il rancho. Immagina già cosa sia successo, ma a dieci passi dalla fattoria si ferma e, nascosto dietro un cespuglio, osserva la scena. Ritta in mezzo al patio, sua madre piange e urla qualcosa contro don Agustín, seduto su una sedia, intento a battersi col frustino gli stivaloni. Doroteo scorge Martina, seminuda e scossa dai singhiozzi. É un istante, Doroteo entra in casa come un razzo e ne esce con un grosso revolver.
Il garzone che sta sellando il cavallo del padrone non riesce a fermarlo. Doroteo uno dopo l’altro scarica cinque colpi contro don Agustín, che, raggiunto da tre proiettili, stramazza in mezzo alla polvere.
Non serve che la madre stia qui ad abbracciargli le ginocchia piangendo, ora per il giovane Doroteo c’è una sola cosa da fare. Per fortuna le montagne sono vicine. "Scappa, Doroteo, nasconditi" implora la madre. Con una borraccia di sotol, un tascapane colmo di tortillas, la pistola e una cartuccera a tracolla, il giovane corre, e ogni tanto si volge a guardare verso il rancho.
Don Agustín lo hanno portato a braccia sul letto e si è mandato a chiamare il medico. Da domani arriveranno anche i poliziotti.
Brutto affare, dunque per Doroteo. Per sua fortuna non esiste sentiero in tutta la provincia, che egli non conosca. Al calar della sera, in mezzo a un bosco, sopra un vallone che domina la pianura, Doroteo ha ritrovato il luogo che suo padre, al momento di morire, cinque anni prima, gli aveva rivelato "per ogni evenienza". Una grotta e una pistola sono l’unica eredità che gli ha lasciato a Doroteo, e non c’é dubbio che da quel momento Doroteo saprà servirsene.
Sulla montagna di fronte sta sorgendo la luna. Doroteo si stringe attorno al collo il suo fazzolettone rosso, poi con le sue corte braccia pelose sposta il macigno che cela la grotta. Un’apertura circolare, larga poco piú di un metro, dá in in una gran caverna, dalla volta altissima, col fondo di fine sabbia asciutta.
Prima di entrare, Doroteo getta un ultimo sguardo alla pianura, dove brillano nella notte i fuochi del rancho. Laggiù ha lasciato la madre e quattro fratelli minori, soli e indifesi, allevati come lui soltanto alla scuola del sopruso e del bastone.
Un brivido di sgomento gli corre sotto la camicia. Non immagina certo che in una caverna come questa, tra ventidue anni, il destino lo porterá a rifugiarsi per ben trentatre giorni filati, costretto a nutrirsi di pannocchie, abbrustolite, immobilizzato per giunta da una ferita alla gamba; braccato non piú da una acordata di pochi poliziotti, ma da un intero reggimento americano.
Coraggio Doroteo, vai a dormire. A quest’ora, a Durango, un drappello di pelones si prepara a partire, e giá i Mauser sono fissati alle selle dei cavalli.
L’alba del nuovo giorno trova Doroteo già desto. Ha mascherato con cura l’orifizio della grotta, ed ora scende guardingo verso il piano. Vuol sapere cosa si dice in giro del suo gesto di rivolta, perciò si dirige a un rancho poco lontano dove ha degli amici.
"Nasconditi, Doroteo" lo ammoniscono "Don Agustín è molto grave; dicono che le autorità di Durango ti hanno condannato a morte e hanno mandato dei pelones a darti la caccia... Dicono anche che se don Agustín sopravvive verrà ad ucciderti con le sue mani...". Non si spaventa, Doroteo. Sapeva bene quello che lo aspettava, quando ha premuto il grilletto. Ma ora gli occorre un cavallo, un fucile, munizioni e qualche indumento. La solidarietá degli amici gli procura quanto ha bisogno, e così, con un variopinto poncho arrotolato a bandiera può ripartire fiducioso tra i labirinti delle sue montagne. Se sapesse scrivere manderebbe un biglietto d’addio "Dite alla vecchia che vada con i ragazzi alla casa di Rio Grande..." Laggiù, dove gli Arango hanno dei parenti, forse saranno al sicuro dalle rappresaglie della polizia.
Poi con un colpo di sprone Doroteo va incontro alla sua nuova vita di bandito.
miche berra
(1 - continua)