I lavori del Sinodo

Il coraggio del discernimento

Roma

ROMA - Al Sinodo partecipano 266 Padri, tra cardinali, vescovi, patriarchi, religiosi. Ci saranno anche 23 esperti e, tra i 49 uditori, 34 giovani tra i 18 e i 29 anni. Questi ultimi, è stato precisato, potranno assistere ai lavori, intervenire in Aula, e partecipare alle riunioni dei Circoli minori dove verranno elaborati gli emendamenti al documento finale.
Sergio da Rocha, arcivescovo di Brasilia, relatore generale del Sinodo, ha esordito sottolineando come “nei nostri contesti ecclesiali è molto facile parlare dei giovani per sentito dire, facendo riferimento a stereotipi o modelli giovanili che magari non esistono più. In tal modo, anziché ascoltare e apprendere dalla realtà, idealizziamo e ideologizziamo i giovani”.
E’ importante prendere consapevolezza dei punti di forza della presenza della Chiesa nel mondo giovanile, e delle sue debolezze e lasciarsi guidare da alcune parole chiave. Sono tre quelle evidenziate fin dalla presentazione del Sinodo.
Si scrive Sinodo, si legge speranza. Speranza, che manca, speranza che il Papa e la Chiesa - proprio attraverso l’Assemblea di ottobre - vuole contribuire a ridare ai giovani. 
L’ascolto di tante persone, soprattutto dei giovani, messo in campo durante la preparazione del Sinodo ha restituito una mancanza di speranza piuttosto generalizzata. Ma quando si smette di sperare, si affida la propria vita alla sorte “sperando” un improbabile colpo di fortuna. Il Sinodo vuole essere l’occasione per «ritrovare la speranza della vita buona, il sogno del rinnovamento pastorale, il desiderio della comunione e la passione per l’educazione».
Un’altra parola cardine, che sta nel titolo stesso del Sinodo, è «vocazione». Una delle grandi debolezze della nostra pastorale oggi risiede nel pensare la “vocazione” secondo una visione ristretta, che riguarderebbe solo le vocazioni al ministero e alla vita consacrata. La mancanza di una cultura vocazionale ci ha fatto precipitare in una società “senza legami” e “senza qualità”, ci spinge a pensare alla vita come sequenza di episodi più o meno fortuiti generando personalità frammentate e confuse. 
Invece è da riconoscere che la vocazione è la parola di Dio per me, unica, singolare, insostituibile, che offre consistenza, solidità, senso e missione, all’esistenza di ciascuno.
C’è una terza parola guida che ispira il cammino del Sinodo: il discernimento. Potremmo definirlo un “metodo” quello del discernimento che richiede un giusto ed appropriato clima spirituale guidato da tre verbi di riferimento: riconoscere, interpretare e scegliere. 
Questa Assemblea dei vescovi vuole invitare la Chiesa a crescere nella capacità di prestare attenzione alla realtà dei giovani di oggi. Uno sguardo che richiede umiltà, prossimità e soprattutto la capacità di ascolto pieno di sollecitudine e di cura. 
Alla Chiesa è poi chiesto di cercare criteri di interpretazione e valutazione della realtà a partire da uno sguardo di fede lasciandosi illuminare dalla Parola di Dio e attingendo a quel patrimonio spirituale che la storia della Chiesa ci consegna perché ancora una volta possiamo “lavorarlo” in modo che porti frutto.
Per completare il discernimento occorre infine passare in esame strumenti e prassi pastorali, e individuare dove è necessario un intervento di riforma, un cambiamento delle prassi ecclesiali e pastorali per poter rendere credibile anche oggi l’annuncio del Vangelo.
Optare per il discernimento, anziché per soluzioni preconfezionate, implica assumere un rischio, ma è soprattutto un atto di fede nella potenza della Spirito, che fin dall’antichità invochiamo come Creatore.
 

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