Solennità dei Santi e commemorazione dei defunti

Tutti chiamati alla santità

Gaudete et exsultate
Il 19 marzo scorso Papa Francesco ha diffuso una Esortazione Apostolica sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo. Gaudete et exsultate (Rallegratevi ed esultate) sono le prime parole della bella lettera, che danno il titolo alla riflessione. 
Il motivo che spinge il Papa a scrivere è un’urgenza: annunciare una santità possibile, per tutti, che coincide con una vita buona e persino allegra, già reale nei tanti “santi della porta accanto”. Nel terzo dei cinque capitoletti, al cuore stesso dell’esortazione, sta una fresca rilettura della pagina delle Beatitudini (Matteo 5 in particolare). Proprio questa pagina di vangelo è offerta nella liturgia della parola della solennità di Tutti i Santi e offre l’occasione di far risuonare questa riflessione di Francesco. 
I cristiani sono felici e santi perché sensibili
Il Papa attraversa le otto situazioni citate dal discorso della montagna (chi patisce povertà, chi sente con mitezza, chi sa ancora piangere, chi è inquieto per la giustizia, chi avverte misericordia, chi ha educato il proprio cuore a vincere ogni malizia, chi ricerca la pace per tutti, chi soffre persecuzione per la giustizia) rivelandole come attuali situazioni in cui la santità è possibile nel quotidiano. 
Ne emerge, in poche e calde pagine, il ritratto di credenti sensibili, che sono felici proprio perché hanno tenuto aperta la loro sensibilità. Empatici, potremmo dire, e quindi sofferenti quando occorre, ma anche capaci di gioire della salvezza del Regno. Persone vive. 
Nei cimiteri 
Non è un difetto, né una novità: sin dalla sua nascita, la solennità di Tutti i Santi si mischia con il ricordo di tutti i fedeli defunti.
L’ambiente monastico che strutturò questa festa ebbe infatti cura di dare un respiro credente e positivo al vario culto dei morti, rimasto in Europa ancora più pagano che cristiano nel IX secolo. 
Così succede anche oggi molto di frequente che questo Vangelo delle Beatitudini sia proclamato e celebrato nei cimiteri, tre le tombe, i nomi, i fiori. Previsto anche nel Rituale delle Esequie, questo testo annuncia bene il mistero della vita cristiana davanti alla morte. 
Quando la morte bussa, noi proponiamo una liturgia umile, che non deve prima di tutto commuovere – tratto più tipico dell’uso pagano dell’elogio dei morti. La preghiera cristiana consola, annuncia una promessa, chiama i vivi a un rapporto positivo con il tempo e con i morti in Cristo. 
I santi, gente del popolo che sa combattere. 
Due sono le trappole che occorre vedere ed evitare per camminare verso la santità possibile: il neopelagianesimo (tutto dipende dal mio impegno) e il neognosticismo (la salvezza è aver tutte le risposte). 
A queste forme disumane di fede, il Vangelo risponde con vite, volti, corpi imperfetti ma amati da Gesù. 
I santi imparano la sopportazione più che l’efficacia, la pazienza più che il miracolo, l’audacia più che il volto spirituale, la comunità più che l’eroismo isolato, la preghiera più che la predicazione. In fondo, dice il Papa, il santo è una persona che sa gioire, non consumare, rendere la vita leggera, ha senso dell’umorismo. 
Oggi si chiede troppo all’individuo, al padre, alla madre, al lavoratore, allo studente, al prete: i santi invece sono “gente del popolo”, sono capaci di relazioni normali, di andare avanti nonostante gli errori. La salvezza di Cristo non è fuoco, né separazione del grano dalla zizzania, ma piuttosto combattimento, vigilanza e discernimento. Felicità è solo per chi dona tutto.
marco gallo

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