Il barile di zucchero

Questa sera mio padre, mia madre ed io, siamo stati invitati a casa di zio Cesare per festeggiare il suo sessantacinquesimo compleanno. Anzi, per la verità, né noi, né nessun altro componente della famiglia, è stato formalmente convocato in quanto il mio prozio pretende, da sempre, che la sua data di nascita venga ricordata spontaneamente, senza imbeccate e suggerimenti. Una piccola e simpatica vanità che ogni anno riesce a mettere in agitazione un intero nucleo famigliare di smemorati. 
Ci presentiamo alle otto di sera in via Donaudi e, con una certa apprensione, suoniamo il campanello del portoncino d’ingresso. L’immediata apertura dello scatto elettrico ci conferma l’esattezza della data e, dopo esserci puliti attentamente le scarpe sullo zerbino, ci apprestiamo a entrare nell’androne. 
Come sempre, l’abbagliante marmo bianco che riveste i gradini e l’intenso profumo di detersivo mi fanno girare un po’ la testa. In cima alla rampa delle scale, sotto lo stipite della porta di casa, Rina, la mia prozia, pallida e sorridente, ci accoglie con la sua rassicurante voce in falsetto. Il suo vero nome è Catterina (con due “t”, probabile errore di un generoso impiegato dell’anagrafe) ed è originaria di Barge. Indossa un paio di occhiali con montatura anni ’60 di bachelite nera. È conosciuta per la sua dolcezza e l’eccessiva remissività, probabile eredità del periodo in cui era stata “bambina in affitto” a Paesana alle dipendenze di un “padrone” particolarmente aggressivo. Ancora oggi, quando i tuoni e i fulmini risvegliano in lei antichi timori, si nasconde negli armadi come faceva da bimba nella grande casa dove si occupava dei lavori domestici. 
Viene benevolmente ripresa da mio zio quando, dal panettiere, in attesa del suo turno, si lascia immancabilmente passare davanti da una moltitudine di moderne erinni, giovani maestre e anziane prepotenti che approfittano della sua dolce insicurezza. 
La sua casa, rivestita di granito praticamente ovunque (del resto suo marito di professione fa il marmista) rappresenta la quintessenza della pulizia e la cucina, con i candidi muri piastrellati fino al soffitto, possiede la fredda sterilità di una camera operatoria. Il suo ingiustificato senso di inadeguatezza, a volte, da origine a situazioni imbarazzanti. Durante una visita improvvisa e inaspettata di alcuni parenti di Torino, ha nascosto sotto la “sislunga” una torta appena sfornata, perché giudicata non abbastanza buona per gli ospiti. Dopo averli fatti accomodare giustificandosi, rammaricata, di non aver nulla da offrire, a parte un caffè e qualche biscotto, viene immediatamente smentita da suo figlio Bruno di otto anni, che, diligentemente, informa i parenti dell’esistenza di una invitante torta margherita nascosta sotto il divano. 
Suo marito, il fratello di mio nonno, si chiama Cesare un nome importante, come ha spiegato la mia professoressa d’italiano, che tradotto in tedesco diventa Kaiser e in russo Zar. Calvo, abbronzato e con le sopracciglia bianche e folte, indossa sempre camicie a quadretti e pantaloni di fustagno beige; ai piedi calza un paio di pantofole marroni di lana cotta con una pratica cerniera centrale. Sfoggia, a rotazione, un mezzo toscano spento o un bastoncino di liquirizia grezzo ben serrato tra le gengive mentre la sua dentiera riposa, intonsa, in un apposito contenitore riposto in camera da letto. 
Le sue grandi mani che hanno la pelle spessa di chi ha svolto un lavoro manuale per tutta la vita, gli consentono di spegnere i fiammiferi serrando la fiamma tra il pollice e l’indice, operazione che mi fa sempre un po’ impressione. 
Amante dei dolci racconta che, dopo la guerra, forse per dimenticare le amarezze del conflitto, lui e mio nonno hanno acquistato un barile di zucchero e, dopo averlo sistemato nel magazzino, hanno infilato al centro del bianco cumulo di glucosio, un cucchiaio di ferro, una sorta di dolcissima spada nella roccia. Ogni volta che varcano la porta del deposito ne approfittano per mangiare una cucchiaiata di zucchero (evidentemente quelli erano anni in cui la glicemia era un concetto astratto). Dimenticati quegli eccessi, adesso si accontenta di mangiare, tutte le sere, una scodella di crema pasticcera preparata da sua moglie accompagnandola con qualche Pavesino e con l’ennesima visione dell’amato “Continuavano a Chiamarlo Trinità”. 
Dotato di un ingegno leonardesco, guida una Vespa-Lambretta o Lambro-Vespa da lui assemblata con pezzi recuperati da due scooter diversi. Dotata di tre sellini motociclistici e di un colore indefinito, possiede quell’aria eccentrica e inquietante dei film di Tim Burton. D’estate si rinfresca con due vecchi caschi da pettinatrice professionali modificati e riconvertiti in potenti ventilatori. In garage una spigolosa Lancia Fulvia berlina, di una decina d’anni, esibisce gli interni delle portiere ancora rivestiti con la plastica protettiva di quando era appena uscita dalla fabbrica (copertura, secondo me, tenacemente mantenuta in vita dalla mia precisissima zia).  Per i trasferimenti di lavoro utilizza una Autobianchi Bianchina bianca famigliare, un’allegoria del candore così potente da poter essere portata in processione al Corpus Domini. 
Ha una sincera passione per gli animali e il suo cortile è popolato da un pony, un asino, un collie, da alcune voliere di canarini, una grande gabbia con scoiattoli, due coppie di pavoni e infine da una piccola scimmia (evidentemente reiterata perversione di famiglia). Il suo amore è ricambiato, infatti, l’asinello, che risponde al curioso nome di Rocky, come del resto anche il collie e la scimmia, percepisce l’arrivo dello zio ben prima che la sua auto appaia in piazza Montebello, ragliando di gioia. 
Ritorniamo alla festa, quando Rina ci accompagna in cucina dove Cesare e gli altri parenti conversano piacevolmente occhieggiando, con lascivia gastronomica, i cabaret di bignole, provenienti da tre pasticcerie diverse. I brillanti bicchieri con taglio boemia allineati in ordine su un vassoio di peltro sono affiancati da alcune bottiglie di bibite effervescenti autoctone di Ghione e Matteoda e il caffè, che sta per uscire, alimenta una certa atmosfera di attesa. Il rituale pare ripetersi immutabile, uguale a se stesso, anno dopo anno, in una sorta di celebrazione apparentemente infinita. 
Ora che le feste sono terminate da quasi quarant’anni, quando passo accanto alla casa di zio Cesare, ormai vuota, mi sembra di vedere ancora la luce filtrare dalle finestre e di sentire le sue trascinanti risate accompagnate dal rumore del cucchiaino che affonda nella tazza colma di crema pasticcera. Mi pare anche di intravedere la zia lucidare il marmo, rendendolo accecante come le stelle che, quando muoiono, continuano a brillare per anni nei nostri occhi e nella nostra memoria.

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