Lo scolapasta elettrico

Oggi la luce del sole mi costringe a serrare gli occhi come Clint Eastwood. Non indosso cappello e speroni e nella mano destra non impugno una Smith & Wesson, ma stringo una moneta da 50 lire che presto consegnerò alla proprietaria del bar, in cambio di un ghiacciolo.  
Dopo aver aperto la cigolante porta di ferro che collega la strada in cui abito al polveroso cortile della Satip (così si chiama la società che si occupa del servizio di trasporti), affianco alcuni bus con la livrea azzurra e bianca. Ripasso mentalmente i loghi cromati delle carrozzerie che occhieggiano sotto i grandi parabrezza: Menarini, Viberti, Orlandi, Garbarini, Barbi (attività lecita per un ragazzino di otto anni, con il cervello praticamene sgombero da altre nozioni).
Questi pullmann esibiscono le linee spigolose tipiche degli anni ‘70, mentre le vecchie corriere, che ancora percorrono le tratte brevi, sfoggiano, oltre al portapacchi sul tetto, le forme arrotondate caratteristiche del decennio precedente. 
Poco più avanti, tra rovi, rifiuti e vecchi copertoni c’è il giaciglio di un barbone. Conosciuto in tutta la città e identificato solo con il suo cognome, quando fiuta la presenza di un estraneo, sbuca, come una marmotta, dal suo letto di scatoloni, sbraitando frasi senza senso. Ha il viso incorniciato da un’incolta barba corvina, le sopracciglia folte e l’aspetto arruffato. Pur essendo totalmente inoffensivo, è percepito da noi bambini con un certo timore a causa della sua passione per gli extraterrestri.  I meccanici delle autolinee con un atto un po’ guascone, ma senza reale cattiveria, gli hanno regalato un “casco spaziale”. Il futuribile elmo altro non è che uno scolapasta rovesciato decorato con alcune lampadine che s’illuminano, grazie all’elettricità proveniente da una batteria automobilistica. Premendo un interruttore da paralume il nostro clochard si mette in contatto con gli amati alieni, sognando pianeti lontani e, con chiaroveggenza, alabarde spaziali e magli perforanti. 
Il malridotto edificio che incorpora il bar, gli uffici e le sale d’aspetto della Satip, racchiude in se, la testimonianza di un certo prestigio architettonico. Nel passato, infatti, era stato sede della stazione del trenino a passo ridotto che collegava le vallate a Torino, ed è stato raffigurato, coperto di neve, in un quadro del pittore divisionista Matteo Olivero.
Finalmente entro nel bar e, come sempre, rimango sorpreso dal buio, dall’assenza di luce che, anche in un’abbagliante giornata di sole, il vecchio e malandato parquet marrone e il bancone di legno scuro riescono a infondere nella sala. Ciò che più mi colpisce è però l’odore; un bouquet di vino asprigno e fumo che si confonde con il tipico sentore di gasolio che, da sempre accompagna come una condanna, i passeggeri. Su un tavolino rotondo, una copia di “Tuttosport” sciupato dallo “studio matto e disperatissimo” degli avventori, affianca una “Stampa sera” quasi immacolata. L’immagine delle bottiglie di liquore, sistemate su uno scaffale cromato, si riflette in uno specchio ossidato con la scritta “Saluzzo città d’arte”. 
Nessun juke box disturba l’atmosfera, austera e dimessa, solo qualche colpo di tosse interrompe il rumore dei mie passi che si alternano sullo scricchiolante pavimento di legno. 
Mentre acquisto il ghiacciolo (alla menta, sempre alla menta) ripasso i disegni di Jacovitti impressi sulla lamiera pubblicitaria che reclamizza gelati più costosi e appetibili. L’anziana proprietaria del bar, dopo aver asciugato un bicchiere con un canovaccio sbiadito, mi dedica un piccolo sorriso ed io, leccando il verde rettangolo di ghiaccio, rientro nella luce accecante del piazzale. 
Quando la sede della società di autolinee si trasferisce in una collocazione più moderna, i locali vengono abbandonati trasformandosi, per noi bambini, in una specie di improvvisato e pericoloso luna park.  Entrare di nascosto nelle stanze, un tempo adibite ad ufficio, possiede un certo fascino del proibito ma, esplorare i vecchi capannoni ferroviari, sede dei reparti di carrozzeria e meccanica rappresenta un’attrazione irresistibile.
Vedere un gruppo di bambini di sette - otto anni, aggirarsi, vestiti con sandali e pantaloni corti, tra barili d’olio esausto, vetri rotti, tombini, ferri arrugginiti, e cavità profonde alcuni metri, utilizzate per le riparazioni sottoscocca, rappresenta il paradigma delle paure del genitore apprensivo. 
Dopo la demolizione, la vecchia Satip ha fatto alla mia generazione un ultimo regalo. Il piazzale, ormai sgombero, ha incredibilmente ospitato, per una settimana, lo zoo del circo Medrano (circo a tre piste tra i più grandi d’Italia).  Anche se lo spettacolo circense ha sempre suscitato in me, suggestioni di estrema tristezza e malinconia, confesso che poter avvistare dal balcone di casa giraffe, elefanti, ippopotami e zebre mi è piaciuto parecchio. Una sorta di “La Mia Africa” senza Robert Redford e Meryl Streep, ma con i barriti dei pachidermi che si confondono con il frastuono dei tappeti, battuti alla finestra, dalla mia vicina d’appartamento. Momenti insoliti e indimenticabili. 
Se penso alla parola “apericena”, terribile neologismo che riesce simultaneamente a farmi passare l’appetito (anzi l’appecena) e a sintetizzare in un solo vocabolo il concetto di: pasto composto di assaggini a base di cous cous, paté di melanzane e pistacchi di Bronte Ipg adagiati in equilibrio precario su un piatto di ceramica nera, accompagnati da un bicchiere di fuffa colorata e blandamente alcolica, con sottofondo musicale lounge, selezionato da qualche dj impasticcato, … non posso che tirare il fiato e nascondere una certa nostalgia.
Consiglierei, agli inguaribili reazionari gastronomici come me, di consumare uno stantio panino con acciughe e un bicchiere di vino mediocre magari, con l’aggiunta di una salutare nazionale senza filtro, nella penombra di un vecchio bar (se non riuscite a trovare un locale che risponda a questi requisiti, è sufficiente aiutare la vostra immaginazione accendendo le lampadine dello scolapasta elettrico, poi fatemi sapere).

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