Il vinile a vapore

Sono coricato, ma non nel mio letto. Sto oziando, supino, sull’improbabile pavimento della cucina, un linoleum ornato con motivi floreali psichedelici. Sopra di me, poggiata sul ripiano di un esile mobiletto di acciaio e legno, una radio a transistor della CGE con grandi tasti FM/AM bene in vista, affianca un pesante stabilizzatore grigio collegato al televisore in bianco e nero. La tv è rigorosamente spenta, del resto prima di mezzogiorno, non esiste alcuna programmazione televisiva. 
Stamattina, come spesso capita, non sono andato all’asilo e mentre mia madre svolge il suo lavoro di contabilità sul tavolo della cucina, utilizzando un’Olivetti Divisumma, ascolto la radio con gli occhi socchiusi. La luce del mattino filtra attraverso le mie palpebre e mentre il tepore del sole primaverile mi scalda, le musiche, spesso accompagnate da parole a me sconosciute, mi trascinano in una sorta di piacevole viaggio interiore. Oggi Radio Montecarlo propone: “We have all the time in the world” di Louis Armstrong, “My sweet lord” di George Harrison, “Shaft” di Isaac Hayes, “A salty dog” dei Procol Harum, l’ouverture di “Tommy” dei Who, il tema di “Un uomo da marciapiede” di John Barry, “Piccolo uomo” di Mia Martini e la “vecchia” “Senza fine” cantata da Ornella Vanoni. Queste melodie mi attraggono senza infrastrutture culturali, senza influenze di alcun tipo, mi attirano in modo irresistibile e naturale esattamente come le automobiline Matchbox, il fruttino Zuegg e i fumetti di Gianconiglio che mio padre, settimanalmente, “mi legge” sul Corriere dei Piccoli. 
Potenza delle onde medie che riescono a raggiungere un bambino nascosto in una piccola città del Piemonte, quanto di più lontano da Woodstock esista al mondo. 
In quei giorni la mamma, invece di “Purple haze” di Jimi Hendrix, mi ha “fatto imparare” a memoria “La pioggia” di Gigliola Cinguetti ed io, in una sorta di raptus, l’ho intonata a squarciagola, dalla prima all’ultima strofa, in macelleria tra gli sguardi attoniti dei clienti. Un’esplosione di follia e protagonismo che non si ripeterà nell’arco di tutta la vita, una sorta di rivendicazione nei confronti dell’adenoidea cantante per affermare, tra salsicce e carne tritata: “Io sì, che Non ho l’età!”. 
Come dimenticare le altre radio di famiglia; quella a valvole del nonno, rivestita di legno e con l’occhio magico posizionato sulla destra, sintonizzata, il sabato, su Lelio Luttazzi e la sua “Hit parade” e quella della zia, sempre spenta, perché per lei la musica è sinonimo di tristezza. 
Nell’armadio a muro del nostro salotto è riposto un fonografo a valigia della Selezione Reader’s Digest acquistato anni prima insieme al cofanetto “Motivi Celebri di tutto il mondo”. Curiosamente il piatto di gomma del giradischi emette uno strano odore che ricorda quello dei pneumatici quando, in accelerazione, producono attrito sull’asfalto, e, a volte, un insolito sentore di stallatico (per questo motivo la valigia musicale riposa indisturbata nell’armadio, accanto al tondo aspirapolvere Hoover). I long playing in mio possesso, a parte la citata raccolta di Selezione, sono: un disco dello Zecchino d’oro letteralmente consumato dagli ascolti (soprattutto le tracce “Il torero Camomillo” e “Il Sorpassista”), un 33 giri del coro alpino Sat e l’incredibile vinile in piemontese “El baracon ‘d Piassa Vittorio” con in copertina una foto che ritrae un uomo senza una gamba, un mangiatore di fuoco e un suonatore di fisarmonica, persone reali che vivono di elemosina al mercato di Porta Palazzo di Torino e che mio padre, andando al lavoro, incontra giornalmente. 
Forse meglio ascoltare, sul mangiadischi Phono Box arancione, una delle fiabe sonore dei Fratelli Fabbri Editori, magari la terribile storia di Raperonzolo, o i dischi offerti gratuitamente, con la spesa, dal supermercato di piazza Garibaldi, 45 giri di grandi successi italiani, poveristicamente reinterpretati da sconosciuti, senza copertina e con la scritta in grassetto blu “omaggio Upim” al centro del vinile (mi piace particolarmente “Lo straniero” di Moustaki (interpretato da “chissàchi”). 
L’unico negozio di dischi della nostra città ha due vetrine poco invitanti ed è interamente rivestito, anche su pareti e soffitto, con una moquette blu che, probabilmente, non è mai stata lavata. 
All’interno in un’atmosfera polverosa e familiare stazionano cinque, sei persone (sempre le stesse) che parlano di musica, circondate dai ripiani su cui sono esposti i dischi e, sullo sfondo, da una batteria e un organo Bontempi (in genere suonato, con un dito solo, da un ragazzino). 
È gestito da Ciano, straordinario batterista con una vita difficile, che ha partecipato ad un concorso alla Rai di Roma classificandosi al primo posto, precedendo nel punteggio Tullio de Piscopo. Dopo aver accompagnato in tournée alcuni artisti famosi non ha saputo cogliere il successo che il suo genuino talento avrebbe meritato, per indolenza, per paura di spiccare il grande salto o forse per rimanere ancorato alla rassicurante realtà provinciale. Ma, come sempre, la creatività inespressa genera fantasmi, zone d’ombra che segnano l’anima nel profondo e che difficilmente sono smacchiabili con la soda del Campari e con il rimpianto delle occasioni mancate. 
Acquistare un disco nuovo, del proprio artista preferito, è un esperienza catartica. Aprire il cellophane che lo imprigiona, estrarre il vinile dalla busta che lo contiene, aspirare il suo chimico profumo mentre l’elettricità statica attira i peli delle braccia, rimirare la copertina e leggere i nomi dei musicisti, intanto che, la puntina del giradischi, si posiziona scoppiettando sulla prima traccia è pura estasi. I dischi devono essere curati, preservati della polvere e probabilmente mai imprestati come ben sa il mio amico Pier Paolo. Il vinile degli Style Council dato in prestito a Gino, e da lui dimenticato sul lunotto posteriore della Uno in una torrida giornata di agosto, ha assunto, in breve tempo, la tipica forma ondulata delle tettoie in Eternit. Gino, in preda a sensi di colpa e sperando di ripristinare le condizioni originali del disco, ha costretto sua madre a stirarlo con la Vaporella e poi lo ha riconsegnato al legittimo proprietario, inserendolo diligentemente nella copertina (involucro che in realtà riesce a malapena a contenerlo, nella sua la nuova forma ovoidale post stiratura). 
Amo la musica in tutte le sue espressioni, dal jazz alla classica passando per i cantautori italiani anche se, la mia vera passione, è il pop rock anglosassone, che ha accompagnato e confortato la mia adolescenza. 
Il fatto di non aver mai appreso il benché minimo rudimento musicale mi consente di apprezzare la musica in modo totale e coinvolgente, da semplice fruitore, senza faticosi approcci tecnici e mi spinge ancor oggi, a cercare nuovi stimoli assistendo periodicamente, insieme ad un gruppo di amici, a concerti di artisti internazionali. 
Chi non ha mai partecipato ad un “concerto rock” e associa a questa definizione, un qualcosa di rumorosamente provocatorio, ribelle o irregolare, sappia che questi eventi non sono nient’altro che esibizioni di 75enni che, vestiti da 20enni, suonano per un pubblico di 50enni (che si credono 18enni). 
Forse l’unica trasgressione è tornare a sognare per un attimo sul linoleum psichedelico al tepore di quello stesso sole che mi ha riscaldato all’alba dell’esistenza, con la mente sgombra da inutili schemi e rigidità, nella certezza che, come diceva John Lennon la vita, ad occhi chiusi, è più facile.
 

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