La faida del bollito

In un cimitero di un paese fuori provincia, un sacerdote, affiancato da due chierichetti, precede una bara sorretta da quattro uomini delle onoranze funebri; dietro il feretro i parenti più stretti sono seguiti da un piccolo corteo.
Dalle tombe che si affacciano su entrambi i lati del camposanto, volti di uomini e donne sconosciuti riprodotti in vecchie foto, mi osservano parzialmente celati da mazzi di fiori finti ormai sbiaditi. Stretto tra ombrelli e cappotti bagnati, cerco di evitare le gocce di pioggia che cadono sopra di me e percepisco, negli occhi di chi mi affianca, la presenza delle stesse gocce di pioggia. 
Le orazioni del parroco sembrano provenire da lontanissimo e sono disturbate da brevi conversazioni pronunciate dai partecipanti al corteo funebre. Parole spiccicate a bassa voce, che, come i suggerimenti scolastici, paiono utilizzare la sola lettera S e non arrivano mai al destinatario. “Chissà di cosa stanno parlando”, penso curioso, mentre le scarpe affondano nel sentiero ricoperto di ghiaia. Probabilmente è normale distrarsi quando si assiste al commiato funebre di una persona che non si è conosciuta in vita e del resto, a dieci anni, si ha il diritto di non provare empatia. Un bambino costretto dai suoi genitori a partecipare ad un funerale, non pensa al dolore, ma agli amici che nello stesso preciso istante si stanno divertendo. 
Quando il corteo raggiunge il luogo preposto alla tumulazione, la fila di persone si stringe  attorno alla bara. Il prete benedice la salma pronunciando le ultime preghiere, gli operai sollevano faticosamente il feretro e lo inseriscono nel loculo vuoto da cui in precedenza è stata rimossa la lapide di marmo. L’innalzamento del muro che sigilla la cassa è un’operazione che pare infinita. Il rumore dei mattoni rotti con la cazzuola e quello della malta presa dal secchio e spalmata sui rossi rettangoli di cotto, interrompe a tratti, un silenzio irreale. 
Al termine dell’operazione, le corone di fiori con la scritta “la moglie e i figli” e i mazzi più piccoli vengono riposti in prossimità della celletta. I partecipanti al corteo si avvicinano lentamente ai parenti che attendono, allineati per grado come in una parata militare, il commiato finale. Cosa si può comunicare di consolante a chi, dopo anni dedicati alla malattia di un congiunto, ha lasciato una persona insostituibile o a chi, segnato dagli inevitabili sensi di colpa scaturiti dalle parole non dette, ha perso inaspettatamente e improvvisamente una persona cara? 
Le parole pronunciate in queste occasioni, in genere associate a tristi sguardi di circostanza, sono spaventosamente ovvie e non trasmettono nulla di confortante. Si va dal generico e impersonale “Tante condoglianze”, ai più specifici “E’ brutto da dire, ma ha finito di soffrire”, “Adesso state vicini alla mamma, che ne ha tanto bisogno”, “L’ho visto prima che chiudessero la bara, aveva il volto disteso e sereno”, “Finalmente ha raggiunto i suoi fratelli” e l’intramontabile “Ora sta meglio di noi, ci sta guardando e sorride”. 
Le risposte espresse quasi meccanicamente dai parenti stretti, manifestano, inevitabilmente, lo stesso tono: “Aveva ancora tante cose da mettere a posto”, “E’sempre stato forte, negli ultimi giorni faceva coraggio a noi”, “Ieri mamma è stata impegnata con le pratiche burocratiche e non ha avuto ancora il tempo di rendersene conto, ma quando si fermerà, capirà e crollerà!”. 
Poi ci sono i commenti sulla foto del “ricordino”. “Avete scelto un’immagine bellissima, in quella foto è proprio lui!” (“E chi dovrebbe essere?” Penso io, non per cinismo, ma a causa della mia limitata esperienza di stereotipi funebri). Secondo me i parenti del defunto, in questi momenti, appaiono devastati per l’immenso dolore subito ma anche per le spaventose parole che hanno dovuto sentire. 
Al termine del funerale il corteo si ricompone fuori dal cancello d’ingresso del cimitero. Manifestando una certa leggerezza, anche per esorcizzare il momento appena vissuto, si cercano somiglianze tra bisnipoti seduti sul passeggino e trisavoli morti sul Carso. 
Si salutano affettuosamente affini di terzo grado accompagnati dalla seconda moglie (meno bella della prima) in un’atmosfera apparentemente tranquilla. Serenità che viene vanificata da una sola, pericolosissima frase indirizzata ai miei genitori e pronunciata con un leggero stato di euforia da un quasi ignoto cugino: “Perché invece di vederci sempre e solo in queste occasioni tristi, non venite una sera a cena da noi?”. 
Nello stesso istante in cui queste parole vengono pronunciate, un brivido percorre la schiena degli invitati ma anche quella di chi ha proposto l’invito. Il cugino, comprendendo l’errore commesso, cerca subito di minimizzare l’evento manifestando intenzioni meno bellicose: “Venite a trovarci, quando passate di qua”, “Le improvvisate sono sempre le cose più belle”, “Non aspettatevi grandi piatti, mangiamo insieme un po’ di bollito, due foglie d’insalata e il brodo con la pasta reale, così, solo per stare insieme”. 
Ma ormai è tutto inutile, il punto di non ritorno è stato raggiunto e l’invito, a tutti gli effetti, è una sentenza inappellabile. 
Prima dell’incontro “improvvisato”, in realtà pianificato meticolosamente, la casa della famiglia ospitante ha subito una pulizia profondissima a base di 100 gradi, ritinteggiatura di alcune pareti, rinnovo delle tende, libri ordinati sugli scaffali per autore e, infine, sparizione della plastica trasparente copri-divano. 
Coerentemente la prima frase rivolta agli invitati appena entrati nell’appartamento è:”Non guardate la casa, perchè è sporca e in disordine!”. 
Durante la cena, com’è logico tra persone che non hanno nulla in comune, tranne una lontana parentela, il discorso langue e l’unica conversazione che risveglia barlumi di interesse è quella inerente i figli. Il discendente decenne (quindi mio coetaneo) della coppia di cugini che ci ospita, non è presente alla serata perché partecipa a Firenze ad un convegno sui Presocratici. 
In quest’occasione ho imparato che i lontani cugini, come curiosamente anche i figli dei vicini d’ombrellone conosciuti durante le vacanze, vantano peculiarità eccezionali: oltre ad essere iscritti al conservatorio dove studiano violino e pianoforte, sono campioni sportivi, vincitori di borse di studio e fotomodelli per campagne pubblicitarie. 
Attorniati da centinaia di amici sfoggiano, precocemente, una assennata fidanzatina titolare di una bellezza straordinaria (anche se non è del tutto esclusa, una loro promettente carriera ecclesiale). 
Alla domanda “E vostro figlio cosa fa?” i miei genitori si trovano obbligati a rispondere, come se non fossi presente: “Lui è ancora bambino, gioca con le automobiline”. I cugini approvano bonariamente sentenziando: “Fa bene! Sono anni, questi, che non torneranno!” ma in realtà dallo sguardo capisco che è loro intenzione coinvolgere al più presto i servizi sociali.
Si è fatto tardi (in realtà non tardissimo, sono solo le 22,30) e mio padre inizia a sfoderare scuse plausibilissime per poter tornare a casa il più presto possibile: “Dobbiamo andare, perché non mi sento sicuro a guidare di notte”, “Gianni domani ha il compito in classe “, “Abbiamo dimenticato il gatto chiuso in casa” e l’irrinunciabile, anche ad agosto, “Stasera ho notato la presenza di alcuni banchi di nebbia”. Prima dei baci di commiato, la temuta frase di rito, pronunciata da mia madre regala nuovi brividi: “La prossima volta, vi aspettiamo da noi!”. 
Sette parole che riassumono una maledizione iniziata mesi prima al cimitero, una sorta di ritorsione spietata che non avrà mai fine, quella che è, a tutti gli effetti, l’ormai temuta “vendetta del lesso”, anzi, l’inestinguibile e cruenta “faida del bollito”.
 

Questo sito utilizza cookies per offrirti un'esperienza di navigazione migliore. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l’uso dei cookies. Maggiori informazioni.