Figura epica

Sto percorrendo la passerella che conduce alle scuole medie, una striscia di cemento e asfalto che copre il piccolo corso d’acqua denominato Rio Torto. 
Cammino senza fretta, per rimandare di qualche attimo l’ingresso in classe. La scuola secondaria è collocata dove un tempo sorgeva il ghetto degli ebrei. È suddivisa in due moderni fabbricati gemelli, il primo intitolato allo scrittore Vittorio Bersezio (la sede da me frequentata), il secondo al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi. Curiosamente gli studenti pre-adolescenti non manifestano affetto e orgoglio d’appartenenza per la sezione praticata, ma tendono a considerare gli alunni della scuola speculare, quelli più “fighi”. (secondo questa teoria il mio ex compagno delle elementari Francesco è stato giustamente assegnato all’Einaudi). 
Dopo un breve sguardo dedicato ai tulipani gialli e rossi curati dal bidello, che ricorda nell’elegante portamento un maggiordomo inglese, salgo gli scalini di marmo bianco dell’ingresso, ed entro nella mia classe, la prima E. Mi siedo vicino a Davide lasciando cadere pesantemente la borsa accanto al banco. La prima ora di lezione è tenuta dal professore di religione, un sacerdote che pare anziano ai miei occhi di dodicenne. Dopo averci fatto intonare la lode “Apri le tue braccia”, invitandoci ad interpretarne il testo con una piccola coreografia (braccia che si protendono, un passo in avanti e uno indietro, mani che battono), dà inizio ad una lezione sulle virtù teologali intervallando le frasi con il curioso intercalare “ciovè”. 
Seduto scomposto e con i gomiti appoggiati sul banco, guardo ipnotizzato i suoi capelli: una chioma immensa, un dedalo intricatissimo di piccoli riccioli brizzolati. Mi ha sempre stupito l’esagerata crescita della criniera del sacerdote e il seguente e repentino taglio vicino alla rasatura capace di trasformarlo nel giro di una settimana dal sosia di Sai Baba a quello del Dalai Lama. 
L’ora dedicata alla fede è seguita dalle discipline matematico-scientifiche. Oggi l’insegnante non usa la doppia lavagna basculante per scrivere formule aritmetiche a me incomprensibili, infatti, fortunatamente, ci trasferiamo nel laboratorio di scienze (ribadisco fortunatamente perché le uniche espressioni che mi riescono bene solo quelle di preoccupazione che il mio viso manifesta quando apro il libro di matematica). 
L’aula di scienze, più che un laboratorio, sembra l’antro un alchimista arredato Ikea. Due mobili con ampie vetrine espongono reperti ereditati dal vecchio “avviamento professionale” della riforma Gentile, arbarelle ingiallite dal tempo allineate in gruppo compatto. Le etichette applicate sul cristallo, scritte in corsivo blu, ne specificano il contenuto: salamandre, vipere, serpi e lucertole conservate sotto formalina. Un po’ in disparte, in un contenitore di vetro, riposa solitaria una lunghissima tenia bovina (destino che perseguita il povero parassita, destinato all’isolamento anche dopo il trapasso). Un gufo, una poiana e una volpe impagliati da un ignoto tassidermista osservano uno scheletro e una massa muscolare umana riposti in un espositore antistante (secondo una leggende scolastica, non accreditata, si tratta di resti donati alla scienza da un bidello rimasto chiuso in archivio e dimenticato). 
La campanella suona due volte e inizia l’intervallo, interminabile o brevissimo a seconda della piacevolezza della lezione successiva. La pausa viene sfruttata, con la complicità del mio amico Maurizio, per dare vita ad una messa in scena di amenità verbali improvvisate, un’ironia acerba, un umorismo ancora incerto ma capace di svilupparsi in una voglia di ridere irrefrenabile. 
Il tempo di un altro “driiin” e scendiamo nell’aula di educazione artistica. Il professore di disegno mi piace e, intuendo il mio interesse per la pittura, mi propone pubblicazioni sugli iperrealisti americani e sulla sintesi grafica di Soul Steinberg. Mentre disegno provo una sensazione di frenesia e soddisfazione, una passione che genera batticuore e dà origine addirittura ad uno strano sudore gelido. Quando guardo il risultato delle mie fatiche, tuttavia, mi rendo amaramente conto dei miei limiti, non riesco a trasmettere sul foglio ciò che disegno perfettamente nella mia mente. 
Ritorniamo nella nostra classe per recuperare la borsa che contiene le scarpe di tela e la tuta da ginnastica e ci spostiamo in palestra. I maschi e le femmine svolgono l’ora di educazione fisica nello stesso locale, ma con due docenti diversi. La professoressa assegnata alle alunne indossa una tuta scura e, a volte, una sorta di mantellina nera che la fa assomigliare al nipponico pirata cosmico dei cartoni animati. Tiene il tempo battendo ritmicamente un tamburello, urlando alle mie sventurate e scoordinate coetanee di muoversi seguendo il ritmo, impietosa come il coreografo di “All that jazz”. Mentre sento gli strilli, ringrazio Dio di essere nato maschio e mi lancio con rinnovato impegno nel salto sul cavallo con pedana, immaginando di svolgere la piroetta suonando, con il flauto dolce di plastica beige, il motivetto tirolese imparato nell’ora di musica che da giorni risuona nelle mie orecchie come un’acufenica e infinita spirale di note. 
È giunta l’ultima ora, i sessanta minuti occupati dall’insegnamento che mi emoziona maggiormente: la lezione di epica. La professoressa di lettere riesce a infondere all’Odissea, all’Iliade e ai poemi epico cavallereschi della Gerusalemme Liberata e dell’Orlando Furioso, un’energia e una potenza vitale travolgente. Una capacità di drammatizzare non comune, le consente di tenere in pugno l’attenzione di una ventina di teen ager in genere riconoscibili per il loro sguardo straordinariamente perso nell’infinito. Anche le sue “lezioni di vita” sono trascinanti e  teatrali. Un giorno ha spiegato alle mie compagne che “il principe azzurro” (inteso come uomo perfetto, da sognare ad occhi aperti) non esiste, con l’intensità di una consumata interprete di prosa. Una sana doccia fredda che forse non ha convinto del tutto le mie romantiche amiche, ma ha persuaso pienamente il mio giovane cinismo (Non è vero! Il principe azzurro esiste, ed oltretutto il suo cavallo ha sporcato tutta la strada! Con queste parole chioso il monologo della docente rischiando una nota, ma ottenendo in cambio un inatteso sguardo complice). 
Per decenni Omero, Virgilio, Ariosto, Tasso e le loro opere hanno sonnecchiato indisturbati in un angolo recondito della mia memoria. Fino a quando, sei anni fa, nascosta tra pubblicità e spam, ricevo una mail che mi invita a partecipare ad un concorso di vignette umoristiche dedicate a Ludovico Ariosto, un’esposizione che prevede la pubblicazione di un catalogo dei disegni inviati. Data di scadenza di presentazione delle opere: imminente. Esco da casa e camminando inseguo l’idea di una battuta, le idee si affastellano in modo confuso e Ariosto Ludovico che non concede appigli umoristici si trasforma inconsciamente e repentinamente in quel Tasso Torquato dotato di un bel cognome antropomorfo che meglio si presta a pigri giochi di parole.  
L’idea è semplice, il primo omino indicando tre figure dice: “Riconosco Lupo Alberto e Gianconiglio ma quello, chi è?”. “Torquato Tasso!” sentenzia il secondo omino. 
Disegno i due ometti, il lupo, il coniglio e una pseudo-caricatura dello scrittore, scrivo il testo e invio la vignetta (non particolarmente divertente) tramite posta elettronica. Sei mesi dopo mi aspetta nella buca della posta un pacco riportante la dicitura “piego di libri”. Apro la confezione e all’interno trovo due volumi, il più sottile è il catalogo delle vignette.  Il titolo in grassetto “Vignette su Ludovico Ariosto” mi risveglia da una sorta di trance e prendo improvvisamente coscienza del micidiale errore. Sfoglio freneticamente il volume alla ricerca della mia povera vignetta e quando la scovo, provo una strana sensazione che oscilla tra la vergogna e il divertimento. Il curatore della mostra, probabilmente imbarazzato della mia ignoranza e superficialità, costretto a coprire spazi tipografici predefiniti si è trovato obbligato a pubblicare comunque il mio disegno umoristico e cercando di rimediare alla tragica svista, ha corretto il testo rendendo la vignetta surreale (e incomprensibile). “Riconosco Lupo Alberto e Gianconiglio ma quello, chi è?” Dice il primo personaggio. “Ludovico Ariosto!” Risponde il secondo (testo, lo ammetto, degno del miglior Andrè Breton). 
La cosa più divertente è il libro “extra” che l’organizzatore mi ha gentilmente inviato in omaggio intitolato “La Vita e le Opere di Ludovico Ariosto”, volume che ancora oggi spicca orgogliosamente nella mia libreria accanto al “meglio di Lupo Alberto” e alla raccolta di “Gianconiglio”.

Questo sito utilizza cookies per offrirti un'esperienza di navigazione migliore. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l’uso dei cookies. Maggiori informazioni.