Le nostre storie di Alberto Gedda

La fratellanza del cappellone

In questi giorni si stanno usando i droni per raccogliere dati utili allo studio del Politecnico in merito alla possibilità di riaprire la strada del vallone di Elva. Una strada – chiusa da qualche anno – che a me ricorda una delle primissime (se non la prima) uscita in divisa da lupetto con il gruppo scout, il riparto, “Saluzzo I”. 
Sono entrato nel gruppo a otto anni: avevo visto girare in Saluzzo alcuni bambini in divisa da lupetto e ragazzi da scout con il classico cappellone. Così avevo chiesto ai miei genitori di entrare a far parte di quel mondo, creato – come poi imparai – dall’inglese lord Baden Powell. 
Ci sono rimasto per otto anni e i ricordi sono bellissimi. 
Nel branco, cioè nel gruppo dei lupetti, ci si rifaceva alla legge della giungla nel doppio romanzo di Rudyard Kipling con Mowgli e i suoi amici e nemici: i nostri capi quindi si chiamavano Akela come la lupa che aveva adottato Mowgli, il piccolo cucciolo d’uomo, ovvero Isa Barolo, Baghera, la pantera saggia, Angelo Schwarz; l’assistente ecclesiastico era il francescano padre Giovanni Einaudi “in arte” il simpatico orso Baloo. 
Il “Saluzzo I” (di cui recentemente si sono festeggiati i cent’anni di attività) faceva parte dell’Asci, cioè l’associazione scoutistica cattolica italiana. 
Dicevo che mi sono divertito ed è vero: ricordo quegli anni con grande piacere, le uscite, gli amici, le piccole avventure, i tanti giochi, i racconti di paura che ci faceva Akela. E poi il momento della promessa, le prove per le specializzazioni.
Ero della sestiglia dei fulvi e non ho mai capito perché quando passavamo in divisa con i nostri berrettini ci fosse della gente, soprattutto adulti, che ci prendeva in giro. Peggio ancora da scout con le grida “boia de scauss” e così via in un crescendo di insulti. Perché?
Con il passaggio a scout, squadriglia dei leopardi, ero ancora più contento con il cappellone, la cintura con la fibbia dorata, il coltello. Grandi gare a “scalpo” (un gioco divertentissimo), prove d’abilità, impegni in quella che potremmo immaginare come l’embrione della protezione civile.
Il capo era Mario Barolo, pochi anni più di noi e grande empatia. Poi arrivarono Sergio e Valentina Giordano.
Anni intensi in cui inventai anche il giornalino del gruppo, prima “Guilusca” (cioè guide, luppetti, scout) poi “Pippo 67”, con giorni al ciclostile a macinare copie che poi diffondevamo anche fuori Saluzzo. E nel riparto entrarono anche i miei fratelli e i miei cugini.
Credo che sarei rimasto più a lungo nel gruppo se i nuovi capi avessero capito le pulsioni e gli ideali incerti e confusi di un adolescente. Ce ne andammo in diversi, chiudendo una bella esperienza che ci aveva fatto crescere.
Successivamente ho incontrato molte persone con un passato scoutistico e con le quali è stato facile solidarizzare: ho constatato cosi che la fratellanza “del cappellone” è davvero forte e corre oltre gli anni. 
 

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