Lou, il mare e noi

L’immagine non può lasciarci indifferenti: una giovane donna abbracciata alla sua bimba piccola. Morte. Affogate sotto 60 metri d’acqua. Le hanno rintracciate con un robot subacqueo gli instancabili uomini della Guardia Costiera a sei miglia al largo di Lampedusa con altri cadaveri di persone (persone, cioè esseri umani) morte nel barcone affondato, rovesciato, che le stava portando verosimilmente alla Libia all’Italia come tantissimi altri. Forse la donna è una ragazza della Costa d’Avorio, si chiamava Lou, che ha tentato di salvare la sua bimba di otto mesi. Come tantissime altre madri morte affogate nel Mediterraneo che è ormai un cimitero conclamato. Ci diciamo cristiani, cattolici, siamo battezzati, andiamo in Chiesa e facciamo la Comunione ma davanti ai migranti in molti continuano ad avere atteggiamenti di chiusura, razzisti.  Perché?
Se ci rifacciamo alle statistiche, nel periodo gennaio-settembre di quest’anno sono sbarcate in Italia, con i cosiddetti viaggi della speranza, 7.636 persone: lo certifica l’organizzazione dell’Onu, Unchr. E secondo il Ministero dell’interno nel nostro Paese gli immigrati irregolari sono 90 mila. Su oltre sessanta milioni di abitanti. Paura?
Certo: le leggi vanno rigorosamente rispettate, così come le fedi religiose, le culture e le tradizioni. Chi sbaglia deve pagare: è il nostro Codice a dirlo e ne siamo convinti. Così come siamo convinti della nostra umanità e sensibilità, del nostro essere persone e non semplici cifre da barattare in trattati internazionali.
La politica deve fare il suo mestiere: ma con la propria anima deve fare i conti ciascuno di noi. Pensando a Lou e alla sua bimba.
Alberto Gedda
 

Questo sito utilizza cookies per offrirti un'esperienza di navigazione migliore. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l’uso dei cookies. Maggiori informazioni.