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Marisa Panero

La  panoramica che ha visto nel corso delle settimane alternarsi alcuni artisti saluzzesi del primo Novecento, intramontabili grazie alle loro opere, comprende un universo perlopiù composto da uomini e all’appello ne mancano ancora molti.
Autodidatti, professionisti, artisti di successo, personalità differenti per formazione e percorsi.
E le artiste? Rispetto ai nostri giorni, erano poche. Poche coloro che hanno avuto l’occasione di trasformare attitudine e passione in una scelta di vita; il loro ricordo è spesso svanito con il passare degli anni.
Andando a ritroso nel tempo, vogliamo ricordare Luisa Pratis (1913-1959), saluzzese allieva di Giulio Boetto, abile e delicata paesaggista e ritrattista, ma anche Lina Gaudenzio ed Emilia Anselmi, della quale nel 1950, il critico d’arte Sergio Olivetti, scriveva: «… nell’artista si trova quella fiamma che si accende sin dalla nascita, e si mantiene ardente per tutta la vita».
E ancora, Fernanda Chiri Negro, deceduta alcuni anni fa e la scultrice saluzzese Marisa Panero. 
Nata a Paesana, ma vissuta a Saluzzo, la Panero è una delle pochissime scultrici che la storia locale ricorda. Ha insegnato Disegno e Storia dell’Arte nelle Scuole medie inferiori e superiori e dal 1981 si è dedicata esclusivamente alla scultura; sarebbe più esatto parlare di modellaggio, poiché sia la tecnica che gli esiti sono ben differenziati.
Per la scultura il gesto consiste nel “levare”, mentre per il modellaggio, nel “porre”. Ha trattato la creta come una materia senza segreti, capace di restituire non solo forme, ma spirito delle forme, invenzione e realismo.
Aderenza al verismo nei ritratti dei bambini, come in quello di Lorenzo, di Sofia, di Carlotta: terrecotte ancora legate ai ricordi classici, allo strumento espressivo e alla resa indubbia della luce come veicolo di trasmissione.
Movimento e vitalità, effetti antieroici e delicato naturalismo.
Realizzate in terracotta, materiale duttile, così distante dalla perfezione incorruttibile ed eterna del marmo, questa viene plasmata nella luce, spostata con le dita e trasformata in sensibilità pura. Appartiene a questa fase il noto ritratto del poeta Mario Luzi, ritratto ideale ma non idealizzato, si potrebbe dire che è la stesa poesia luziana che si fa volto e fluisce nelle fattezze umane e fragili della poesia.
In una fase successiva i soggetti della Panero acquistano una complessità collettiva e nascono opere come “Amore e ribellione” o “Bacio materno” o ancora “Maternità”, quest’ultima realizzata in bronzo.
Soluzioni stilistiche che si discostano dal primitivo sfaldamento della materia, per arricchirsi di nuove dinamiche spaziali, un minimalismo e una sintesi rivolti alla stilizzazione e ad una nuova ricerca di equilibri. 
Lo sguardo che guida la scultrice è ora rivolto al tentativo di porre l’oggetto nella sua totalità volumetrica e nel suo rapporto con lo spazio, complice una sensibilità cubista e postcubista, da cui emergono processi più distaccati che in alcune frazioni visive rimandano a Brancusi e all’astrazione di una forma perfetta.
Scrittrice e  pittrice ha regalato di sé un ritratto intenso nelle pagine del libro “Il gioco dei ricordi”, edito nel 2006 da Litostampa Mario Astegiano di Marene; ne emergono scarne annotazioni aneddotiche, ricordi d’infanzia felice con il fratello e la sorella, la quotidianità in tempo di guerra, la vita a Saluzzo e i percorsi in piazza Cavour, i morti impiccati sotto la tettoia in ghisa, le rappresaglie, i giorni della scuola; le prime supplenze, le amicizie. In ogni riga, una riservatezza antica e dichiarazioni che ci guidano indirettamente alla lettura delle sue opere.
Nonostante i dipinti come “L’angelo fiore” o “L’angelo incompiuto”, dalle evanescenti forme grafiche che si concretizzano in delicate ragnatele cromatiche ed evocano un lirismo nella traiettoria di Licini, la pittrice è fondamentalmente una scultrice, sensibile e diretta interprete di modelli e programmi iconografici plastici. 

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