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Le terre alte

Il popolo della montagna è sceso a valle per manifestare la rabbia per il nuovo rinvio sull’apertura degli impianti di risalita, per la stagione dello sci da discesa.
Stagione che dovrebbe riaprire il 5 marzo ma che, a detta di tutti gli operatori, è da considerarsi oramai chiusa con un pesantissimo deficit.
Non è stata una manifestazione contro le disposizioni per salvaguardare la salute pubblica, è stato sottolineato, quanto per lo sgarbo (definiamolo così) di una decisione presa a poche ore dall’annunciata riapertura: un contrordine che è bruciato molto e ha incendiato la protesta.
Certo, lo sci non è la montagna nella sua totalità ma, soprattutto d’inverno, ne è la bandiera e certamente la principale risorsa economica, il volano per l’intero settore delle terre alte. Ci sono anche le piste per le ciaspole, per lo sci nordico, le escursioni di sci alpinismo o le semplici passeggiate ma è indubbio che lo sci è il traino più forte anche se non sempre positivo.
La cementificazione della montagna, soprattutto in alcune valli, dimostra quanto un’imprenditoria rapace abbia succhiato alle comunità località per poi abbandonarle una volta razziato tutto il possibile e restano vuoti monumenti a testimoniare operazioni di mera speculazione.
Da più parti si è quindi sottolineato – a partire proprio dall’Uncem, l’unione dei comuni e delle comunità montane – come lo sci non sia il tutto delle terre alte ma sia una parte importante, senz’altro decisiva dello sviluppo economico, del lavoro e delle opportunità di crescita del territorio che, soprattutto in questi ultimi anni, ha saputo riprendere dignità e identità divenendo anche un punto forte di attrazione per molti giovani che qui hanno deciso di costruire il loro futuro.
Ecco perché la montagna oggi alza la testa e reclama un proprio ruolo dirigente, diritto che gli viene non soltanto dal rappresentare più della metà del territorio nazionale ma soprattutto dalla sua capacità di elaborazione e progettazione.  
La politica “urbana” si è però sinora dimostrata cieca davanti a queste richieste, sempre più pressanti e opportune: eppure il futuro del nostro Paese, e non soltanto, si gioca proprio sulle aree interne che stanno dimostrando una vivacità e forza propositiva da tempo in affanno se non persa dalle metropoli.
Lo si capirà finalmente?
Alberto Gedda
 

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