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Soli in casa

Gli psicologi e psichiatri l’hanno definita “la sindrome della capanna”: è l’essere chiusi in una stanza, in casa, per tantissimi bambini, adolescenti, ragazzi e ragazze oramai da più un anno sia per la didattica a distanza che per le altre norme contro il Covid che impongono distanziamenti, limitazioni se non l’azzeramento delle relazioni personali “dal vero” perché da tempo è tutto virtuale. Si è appunto come in una capanna, isolati, soli davanti ad uno schermo e questo, spiegano gli esperti, porta molto spesso alla depressione anche per i più giovani.
Il nostro giornale ha iniziato la scorsa settimana un viaggio nel mondo giovanile “distanziato” di casa nostra per capire come e quanto il problema si presenti anche nella nostra realtà, spesso inconsciamente con ragazzi che continuano a chattare con gli amici anche dopo le lezioni a distanza, passando ore davanti ad un video, in solitudine.
Il viaggio prosegue questa settimana, e proseguirà nelle prossime, per offrire un quadro con cui confrontarsi per capire proponendo storie di bambini, ragazzi, adulti, e le valutazioni di educatori, insegnanti e psicologi: quando la pandemia sarà passata (perché è certo che passerà) cosa resterà di questi mesi trascorsi a parlare con il cellulare, il tablet, il computer, senza un vero confronto diretto tra persone? Ci sarà una generazione totalmente dipendente dal web e dal suo mondo? Come collocheremo questi mesi nella nostra esperienza di vita? E poi: quale sarà il giudizio – della società, del mondo del lavoro – sui giovani che si sono diplomati o laureati con la didattica a distanza? Il loro grande sforzo di apprendimento sarà giustamente valutato? Il confronto è aperto.
Alberto Gedda

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