Fermo immagine di Alberto Abbà

Il genio della dinamo

Recupero dal cortile una vecchia bicicletta, bianca, con cestino davanti. Che fu delle donne di famiglia. Una lavata e una gonfiata alle gomme per capire se non sono forate. è arrivato il mio turno di utilizzo per gli spostamenti cittadini. Quell’altra, grigia, compagna dai tempi del diploma, cade ormai a pezzi. Pure l’addetto all’officina di riparazione l’ultima volta mi ha fissato implorante dicendomi: lascia perdere. 
Anni di pioggia su una rastrelliera all’aperto, senza più cavalletto, campanello, parafanghi. Catena arrugginita, cambio saltato, sella sfatta, pedali rotti, freni stanchi. Anni di buche in città, su e giù dai marciapiedi. Preservata dai furti. Sempre a rischio in strada, per l’apertura delle porte di auto parcheggiate a filo delle finte piste ciclabili e dei binari del tram. 
Ora i ciclisti hanno smesso di essere la categoria più insultata in città a favore dei “monopattinari”.
In certe serate di rientro, da treni puntualmente in ritardo, mi divido la strada con i ragazzi di Glovo. Pure io con il mio zaino, ma senza dover correre a sfamare i comodi appetiti di qualcuno.
La scorsa settimana recupero la bicicletta con il buio e scopro che le mie lucine al led si sono esaurite. Ma un momento! Vedo quella dinamo, vicino alla ruota anteriore che mi osserva. Chissà se funziona ancora. La faccio scattare, tolgo il lucchetto, mi siedo e parto. Ad ogni pedalata quello sfregamento della parte circolare, che suona più forte a seconda della velocità, mi illumina un poco la strada e segnala la mia presenza. La dinamo è geniale! Non servono pile e batterie, ma gambe. Felice per questa invenzione di ca. 100 anni fa. Talmente felice nel mio pedalare con faretto acceso da energia dinamica, che quando da una via laterale spunta dal buio e contromano un monopattino, lo vedo, mi fermo, lo faccio passare, non lo insulto e sorrido.
albiabba@libero.it