Acchiappamostre di Anna Cavallera

Giacomo Gandi

Siamo di fatto ritornati a un secondo lockdown, almeno per quanto interessa il mondo della cultura, dei musei  e delle mostre in Piemonte: gallerie, spazi e fondazioni  private, mostre e musei sono chiusi. 
Apriamo quindi una finestra, in un momento difficile e ricco di sentimenti contrastanti, sull’arte, sulle sue declinazioni visive e sugli artisti. Toniamo a riproporre, come già abbiamo fatto nella scorsa primavera, il profilo, gli aneddoti, le storie e i segreti di alcuni artisti saluzzesi e del nostro territorio, ormai scomparsi.
É il turno di Giacomo Gandi, un misterioso artista dell’Ottocento il cui cognome così simile - ma senza l’h - a quello del grande leader del movimento per la libertà e l’indipendenza dell’India, scatena la nostra fantasia immaginando coincidenze e familiarità orientali e stravaganti. Nulla di tutto ciò. 
Giacomo Gandi è stato un grande artista dell’Ottocento, nato a Saluzzo nel 1846, battezzato nella parrocchia di San Bernardo e trasferitosi con la famiglia a Savigliano nel 1852. Ha respirato per pochi anni quell’alito poetico proveniente dalla città, dalle colline e dalle montagne che circondano il centro dell’antico marchesato, ma sicuramente un tempo sufficiente per fare proprio l’impulso fantastico e creativo dell’arte che in questo territorio circola libero e indisturbato da secoli. 
A Savigliano divenne presto  allievo del pittore Domenico Riccardino, esperto ritrattista che nella città teneva una Scuola di Disegno; approdato all’Accademia Albertina di Torino, frequentò dal 1866 al 1869 il corso di Pittura di Andrea Gastaldi (1826-1889), noto pittore piemontese che lasciò progressivamente la pittura di Storia per abbracciare le poetiche del Verismo e del Romanticismo.
 Ben presto, a causa della sua personalità ribelle e intollerante alle discipline scolastiche, Gandi proseguì la sua formazione in modo indipendente, viaggiando nelle capitali dell’arte antica e classica italiana. 
Fu a Firenze, a Roma e a Parma, dove si dedicò alla copia delle opere del Correggio. L’attività espositiva iniziò nel 1870 nella Mostra annuale della Società Promotrice di Torino, dove continuò ad esporre fino al 1896; dal 1875 la notorietà si espande, viene apprezzato per la sua abilità di acquerellista e si conferma con mostre in molte città italiane come Genova, Napoli, Milano nel 1872, Torino nel 1880, Colonia ed infine anche a Parigi, nel 1878, per l’Exposition Universelle.  
Il carattere schivo e riservato, insieme a problemi di salute e una malattia della vista, lo spingono ad isolarsi nella cascina di famiglia nei dintorni di Marene, dove frequenta poche persone e fra queste la pittrice Lea Reviglio e l’amico Matteo Olivero, con il quale condividerà non solo l’anno di morte, ma anche la mostra retrospettiva dedicata ad entrambi, organizzata dalla città di Saluzzo,  voluta dal podestà Carlo Minoli ed allestita nel Palazzo delle Scuole nel 1933. 
Abile disegnatore ed esperto acquerellista, Gandi ha prediletto opere riconducibili ad una pittura cosiddetta di genere declinata nella rappresentazione di soggetti che narrano momenti tratti dalla vita quotidiana, scene estrapolate dall’interno delle pareti domestiche, con personaggi anche anonimi, borghesi o popolani intenti al lavoro. 
Come Bruegel il Vecchio, il Bassano, Annibale Carracci, i Bamboccianti o i seguaci di Ceruti detto il Pitocchetto. 
Gandi ha lasciato una vasta produzione: opere come «Bimbo che conduce i tacchini», del 1881, «Prima confessione», «Un sentiero nelle Alpi», ma anche «Un parere. Il piccolo calzolaio» del 1872 (olio su tela 45x44) in cui descrive con leggerezza e realismo l’interno di una bottega di un calzolaio dove incontriamo una donna seduta in attesa e un giovane garzone concentrato a valutare il proprio lavoro. 
Le sue opere sono conservate in molti musei fra cui il Museo Civico di Savigliano; il Comune di Saluzzo custodisce una donazione disposta da S.A.R. il Principe di Piemonte, del quadro di nozze d’oro, con delibera del 16 ottobre 1935 dell’Amministrazione di Saluzzo con il Podestà Carlo del Carretto di Torre Bormida e Bergolo.