«Caro papà, mi perdonerai se ho usato la terza persona: uno stile distaccato, giornalistico, ma diversamente non avrei retto». È così che Andrea Silvestro ricorda suo padre Alberto, morto il 19 novembre scorso, a 66 anni, durante la discesa dal monte Toubkal, in Marocco. Una fatalità che ha interrotto una vita segnata dalla montagna, dalla solidarietà e da un impegno instancabile.
Nato il 10 ottobre 1959, cresciuto tra Saluzzo e il “Ciabot d’Gianduja”, la trattoria gestita dalla madre Maria Teresa a San Lazzaro, Alberto aveva affrontato presto la perdita del padre e della nonna. Un dolore che, anziché spezzarlo, l’aveva temprato. Durante il servizio di leva negli Alpini aveva coltivato un senso di appartenenza e tante amicizie preziose. Tra tutte, quella con Massimo Barale, futuro socio nel pub aperto nel centro di Cuneo.
La montagna, però, era il suo vero orizzonte. Alberto la viveva con sobrietà e rispetto, soprattutto in Val Varaita, dove amava raccogliere il genepì seguendo «una ricetta speciale, carpita a un anziano di Chianale». Un rapporto profondo, quasi rituale, che avrebbe trasmesso anche al figlio. «Quel rispetto dovuto ai monti, consapevole dei rischi e dei propri limiti, lo aveva sempre trasmesso anche a me».
Camminare era per lui un modo di attraversare la vita, anche nei momenti più duri. Nel 2016 percorse in solitaria il Cammino di Santiago, un anno prima della diagnosi di tumore, «come se già presagisse di doversi fermare». E dopo la chemioterapia, con una forza che stupiva chiunque lo conoscesse, progettò e realizzò una salita sulla Bisalta: la montagna che vedeva dalla finestra durante il ricovero.
Instancabile anche nel lavoro, Alberto aveva fondato nei primi anni ’90 la Trico Service di Mondovì, un’azienda “familiare” ma solida, costruita sul rapporto diretto con i clienti. «Alla fine di ogni ciclo di chemio usciva in fretta dall’ospedale: verde in volto, ma subito pronto a rifornire i suoi clienti», racconta Andrea. A motivarlo era anche l’amicizia con Mario Vallesi, fondatore di Modus, con cui condivideva la passione per la montagna e per l’impegno sociale, dalle iniziative in Nepal dopo i trekking sull’Everest alle collaborazioni, più recenti, con le associazioni Sport Senza Barriere, Makala e la cooperativa Armonia.
Il suo spirito solidale lo aveva trasmesso anche al figlio Andrea che aveva trovato un nuovo orizzonte in Marocco, dopo il terremoto dell’8 settembre 2023. Da quell’esperienza era nato un trekking di solidarietà al quale Andrea aveva partecipato nel 2024 e nel 2025, coinvolgendo il Cai di Fossano. Alberto non aveva esitato ad aggregarsi: cinque giorni tra montagne sconosciute, villaggi berberi e condivisione autentica.
Il 19 novembre, l’alba sulla vetta del Toubkal aveva regalato ad Alberto un momento indimenticabile. «Tra tutti, il più commosso sembrava proprio lui, come testimoniano le lacrime immortalate da un video - scrive il figlio - Mai così in alto. Mai così felice».
La fatalità è arrivata a pochi metri dal rifugio Les Mouflons, quando la discesa era ormai conclusa. «Una fatalità che non può cancellare il sorriso, meraviglioso, che lo aveva accompagnato per tutta la vita, aiutandolo a superare le ‘cime’ più dure», sottolinea Andrea.
«Per fortuna so dove andarti a cercare - conclude Andrea rivolgendosi direttamente a suo papà - tra le montagne più belle, i tuoi amici di sempre, il Brasato al Barolo di nonna, le radici di Genepì, le iniziative solidali, le partite del Toro. Nel bene e nel male, ho vissuto con te le esperienze più intense. E con te continuerò a viverle. In alto, sempre. Perché la più bella dobbiamo ancora scalare… Questa volta, ad aspettarmi in cima, sarai tu».