Parole da conservare di Cetta Berardo

Caciara

«E che è ‘sta caciara? Sono disgustato di questo dialogare incontrollato e becero», ha esclamato un romano de Roma, in quel di Alba. Radicato da anni ma sempre ben abbarbicato alla sua parlata e ai modi di dire del luogo d’infanzia, Ugo è un personaggio che ho incontrato in Langa, diretto, simpatico, acuto. Non ne lascia passare una, va sempre al nocciolo di una questione.  
Così lui appassionato di politica, che segue tutte le trasmissioni televisive e i confronti tra politici, su tutte le reti, usa questo termine efficacissimo: caciara, che è il contrario della chiarezza. Quando si vuole confondere l’ascoltatore, si vuole stornare l’attenzione da problemi più importanti, ecco che viene in soccorso la caciara, che significa creare confusione, sovrastare le parole degli altri, alzare il tono di voce, fino ad urlare. Il risultato è l’incomprensione che si genera, il far perdere all’uditorio il filo del discorso, si rende il ragionamento intricato. 
La “caciara” ha un’etimologia incerta, per alcuni significa “gazzarra”, “chiasso”, ma per altri dal latino caseus, formaggio, indica il luogo rustico dove i pastori producevano e stagionavano il cacio.
Secondo la vulgata, il caciaro, che si recava nei centri abitati a vendere il formaggio, arrivava la mattina presto e, col suo “battisecchio” svegliava l’intera comunità. Il battere ritmico del bastone sul secchio provocava proprio un gran frastuono. 
Ad immortalare il caciaro ci ha pensato Trilussa, che ante litteram aveva unito politica e formaggio nella poesia La nomina der cavajere, elargita dal re in persona: «Parlanno cór ministro j’avrà chiesto:/ -Conosce Giggi Trappola er caciaro?/ È un bravo negozziante, è un omo onesto./ E forse, ripensanno a le caciotte,/ ha preso carta, penna e callamaro,/ m’ha fatto cavajere e bona notte».