Saluzzo: La gioiosa festa dei Santi e il ricordo dei defunti

Alzare lo sguardo verso il cielo

Ogni anno, a inizio novembre, ci è data la possibilità di alzare gli occhi in alto e di contemplare aperto il cielo, dove fin d’ora una moltitudine che nessuno può contare loda in eterno il Dio tre volte santo. Sono i nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto con il segno della fede e già godono eternamente della beatitudine, della luce e della pace. 
Anche per loro usiamo il nome di santi e sante, ne facciamo memoria nel calendario annuale e il primo novembre ne celebriamo l’assemblea festosa, al cui coro desideriamo unire le nostre umili voci, come viene detto nella messa prima dell’acclamazione “Santo, santo, santo è il Signore!”. 
Abbiamo bisogno di alzare lo sguardo, troppo spesso distratto o preoccupato da tante vicende, di fissare la meta a cui siamo diretti. 
Il prefazio della liturgia di quel giorno così recita: “Verso la patria comune, noi pellegrini sulla terra, sorretti dalla fede, affrettiamo il cammino, lieti per la sorte gloriosa di questi membri eletti della Chiesa, che nella nostra debolezza ci doni come sostegno e modello di vita”. 
In tal modo, mentre guardiamo avanti e ci uniamo alla lode perenne che i Santi rendono a Dio, sentiamo per noi la chiamata alla santità, offerta a tutti coloro che nel battesimo hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. 
Sante e santi per grazia dunque, prima che per merito, a cui è dato di vivere quaggiù nello spirito delle beatitudini, la straordinaria pagina evangelica che ascoltiamo ogni anno in questo giorno. Le beatitudini, sintesi del Vangelo e della vita di Gesù, declinano in tanti atteggiamenti il ventaglio della santità e promettono il compiersi della promessa di Dio nel regno dei cieli. 
È lo Spirito santo, a noi comunicato nei sacramenti, che ci fa partecipare della santità di Dio, se da lui ci si lascia guidare. Non per nulla i fratelli Ortodossi celebrano questa solennità all’indomani di Pentecoste. 
La gioiosa visione di cielo della festa di Ognissanti sembra stridere con la ricorrenza del 2 novembre, Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Eppure, l’accostamento è voluto ed è antico. 
Pare risalire alla liturgia dei monaci di Cluny poco dopo l’anno Mille. Al giorno dell’esultazione faceva seguito il giorno dell’orazione. Anzi, la sera dello stesso giorno, al solenne canto dei Vespri dei Santi seguiva la processione al vicino cimitero, dove la misericordia di Dio, altra profonda radice della santità, veniva invocata per le anime in via di purificazione. 
Rito non dissimile da quello praticato dalle nostre comunità, che ancora sono solite recarsi processionalmente al cimitero già nel pomeriggio/sera del giorno dei Santi oppure il 2 novembre. 
Per tale ricorrenza si riempiono chiese e cimiteri anche dei paesi più piccoli. La gente risale le valli, addobba le tombe, partecipa alla preghiera come forse non fa in altri momenti dell’anno. Ritorna ai luoghi conosciuti, ravviva i legami familiari, incontra parenti ed amici, ricrea comunità. 
Vive, viene da dire, la comunione dei santi: quell’articolo del credo battesimale che altro non significa se non che siamo un popolo in cammino, che dobbiamo aiutarci quaggiù, ma anche non disperare davanti alla morte, la quale non è capace di spezzare i legami che ci uniscono. 
La comunione cresce con la preghiera e il sacramento. In essi davvero siamo uniti a chi ci ha preceduto. Noi offriamo la preghiera per loro ma anch’essi intercedono per noi. 
L’indulgenza, che la Chiesa concede in questi giorni, esprime a sua volta la consistenza del legame che tutti ci unisce nel corpo di Cristo. 
Quel velo di malinconia e forse di tristezza che sembra caratterizzare le giornate dei Santi e dei Defunti può così lasciare spazio alla serenità interiore che ci è donata dalla certezza di non essere soli né in vita né in morte. Siamo infatti figli e figlie di Dio, sorelle e fratelli tra di noi. Ciò che saremo non è ancora rivelato, ma nutriamo l’ardente speranza di essere un giorno, in pienezza, concittadini dei santi e famigliari di Dio.
Marco Testa