“Less is more”, “Il meno è il più”, è una frase conosciuta a tutti. É di Ludwig Mies van der Rohe (1886 - 1969). Nato in Germania, lavorò in vari paesi, lasciò l’Europa con l’avvento del nazismo e si rifugiò negli Stati Uniti, dove insegnò e progettò opere di sempre maggiore raffinatezza e coerenza, acquisendo una fama e una influenza sul pensiero architettonico tali da portarlo a essere considerato uno dei padri del Movimento Moderno.
Semplificando il concetto, il “più”, il valore dell’architettura, secondo Mies si raggiunge attraverso il “meno”, attraverso la ricerca dell’essenzialità, della coerenza spaziale, strutturale e dell’uso dei materiali.
A Mies viene anche attribuito il motto, “Dio è nel dettaglio”. L’attribuzione non è del tutto corretta, la paternità della frase è in effetti dubbia ma sicuramente precedente. Con certezza la pronunciò Gustave Flaubert, ma ha origini più antiche. In fondo poco importa, mentre importa che Mies l’abbia ripresa e ne abbia fatto un punto cardine del suo pensiero.
Mies van der Rohe, figlio di uno scalpellino, sin dalle sue prime esperienze sviluppa passione e competenza per il cantiere, e inizia una ricerca che lo porterà alla realizzazione di spazi caratterizzati da una mo-numentalità frutto di assoluto equilibrio compositivo e rigore nella definizione e nella realizzazione di dettagli costruttivi coerenti con l’uso dei materiali.
Il pensiero di Mies nasce all’interno di una più vasta corrente di pensiero del ‘900. L’architetto austriaco Adolf Loos (1870 - 1933), scrisse alcuni testi fondamentali per lo sviluppo del pensiero moderno. In “Ornamento e Delitto”, del 1908, teorizzò, tra i primi, l’utilità della produzione di edifici e oggetti improntati da semplicità e funzionalità. Loos, forse perché ebbe vita più breve di Mies o forse perché essendo nato alcuni anni prima si confrontò con un ambiente meno ricettivo al nuovo pensiero, ebbe meno occasioni di progetto in quanto architetto, ma la sua importanza di teorico fu grandissima, e il valore del suo lavoro venne ampiamente rivalutato dalla storiografia architettonica.
L’origine del pensiero che riconosce nell’essenzialità il vero valore dell’architettura può però essere fatto risalire addirittura a dieci secoli prima, a San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), fondatore ed estensore della regola dell’Ordine Cistercense. L’architettura cistercense ha caratteristiche del tutto peculiari. In contrapposizione al pensiero di altre filosofie monastiche contemporanee, in particolare di quella cluniacense, Bernardo porta all’estremo la ricerca dei Benedettini dell’austerità come via verso la santità. In questo percorso l’architettura assume un ruolo fondamentale. La decorazione viene condannata, in quanto allontanerebbe l’attenzione dei fedeli dal vero obiettivo dello spazio religioso, la contemplazione di Dio. Ma ciò non significa mancanza di attenzione verso la costruzione. La ricerca delle proporzioni, come pure l’attento uso dei materiali, diventano un atto etico, il riconoscimento di un dono della Provvidenza. Lezione ripresa nel ‘900 e purtroppo recentemente spesso dimenticata.
Mies utilizza nella maggior parte dei casi l’acciaio, ma è fondamentale il principio. Le Corbusier, considerato un “poeta del calcestruzzo”, ha utilizzato con coerenza materiali come il laterizio, e alcune esperienze contemporanee di paesi e culture diverse, in cui il legno fa profondamente parte della tradizione costruttiva, ci dimostrano come la chiarezza di pensiero, di progetto e di esecuzione non possano che portare a risultati esemplari per coerenza e radicamento.
Purtroppo non sempre questo accade, ma sta alla capacità critica di tutti noi il saper discernere, il rifiutare lo svilimento del nobile gesto del costruire compiuto sia attraverso il ridicolo decorativismo da presepe sia attraverso il saccente privilegiare stilemi pseudo-moderni rispetto alla coerenza del progetto.