Fermo immagine di Alberto Abbà

Una colazione del buondì

L’asfalto luccica. Una pioggia fine scende e bagna capelli e piumini leggeri. Un mattino, ancora buio, di periferia. Ma qui i palazzi alti lasciano campo a case basse. Qualche persiana rotta al primo piano, insieme a balconi in ferro e negozi che si affacciano su strada. Una vetrina grande ad attirare luce in un bar d’artista, che richiama la carta da zucchero e che potrebbe stare bene nelle piazzette delle più eleganti capitali europee. Il benvenuto, dietro a quei vetri appannati, profuma di burro, cannella e biscotti. Un calore accoglie all’interno, insieme a quel bancone di cose buone che invitano all’azzanno. Il cappuccino viene adagiato in una tazza larga e quella schiuma, che copre l’amaro del caffè è fatta apposta per lasciarti un baffo bianco su labbra e barba. 
La treccina all’uvetta si scioglie in bocca dopo essersi tuffata ad intervalli regolari in quel che resta del latte macchiato. Il gruppo delle briciole intorno al piattino aumenta ad ogni morso. 
Fotografie in vetrina, come testimoni silenziose. A quei fili restano appese scene di vita, sorrisi, luoghi. Contenitori danzanti di vetro, in leggero movimento ad ogni passaggio.
Una lampada rossa, una pianta dalle foglie verdi. Fuori la città che si sveglia e si stiracchia senza partire subito a mille. Qualche passante sul marciapiede si infila fra le auto parcheggiate, in attesa di un tergicristallo a spazzare le gocce. Da una finestra una bandiera della Palestina, con tutta la sua triste ironia, prova a raggiungere senza riuscirci il sottostante “Salotto di Giorgia”.  
Fuori la città, le sue divisioni piccole e grandi su tutto. Le faccende di un nuovo giorno, prima del buio sempre più in anticipo.
Dentro al bar, su quel tavolino di legno già ripulito, l’aroma di un caffè caldo, mentre una mano aperta recupera scontrino e qualche moneta di resto alla cassa, insieme all’augurio di buona giornata.