Parole da conservare di Cetta Berardo

Grazie!

L’ho sentito pronunciare, con un certo stupore in un supermercato, da un uomo, rivolto a una ragazza che gli aveva suggerito come sbloccare il cellulare: parola ormai bandita dal vocabolario, che contiene una gamma di significati, tra cui gratitudine e riconoscenza. Ma il suo significato va molto oltre. Tommaso d’Aquino insegna che la gratitudine è una realtà umana complessa, tanto da doverla articolare su tre gradi: «Il primo consiste nel riconoscere il beneficio ricevuto; il secondo consiste in lodare e render grazie (ut gratias agat), il terzo nel retribuire secondo le possibilità e le circostanze più opportune di tempo e luogo». Il termine è parente stretto di grazia, stessa etimologia e applicazioni in campi diversi. Implica leggiadria, delicatezza, armonia, tanto che Saffo diceva: Fermati, amico mio,/ e rivela ai miei occhi la tua grazia. Ma anche dono, benevolenza, favore, clemenza. Troppa grazia, sant’Antonio! è l’espressione ironica usata quando si ottiene molto più di quanto desiderato o richiesto, trasformando un beneficio in un eccesso fastidioso o addirittura in un problema. Famosa la leggenda del cavallo: un uomo, non riuscendo a salire a cavallo, chiese a Sant’Antonio la grazia di aiutarlo. Al tentativo successivo, prese un tale slancio da superare il cavallo e cadere dall’altra parte, pronunciando il detto famoso, che si potrebbe applicare oggi alla recente grazia concessa dal Quirinale, quando l’aiuto rischia di diventare un caso internazionale. Rileggere Cesare Beccaria, che sosteneva la certezza della pena, è utile: «Siano inesorabili le leggi, inesorabili gli esecutori di esse ne’ casi particolari; ma sia dolce, umano il legislatore». Niente pena di morte né tortura, ma neppure niente grazia. Aveva ragione Beccaria? Parrebbe di sì.