Fermo immagine di Alberto Abbà

Ritorno a casa

Organizzare la prima edizione di un festival letterario di montagna è umano. Cimentarsi nella seconda è diabolico. Immaginare la terza è futuristico.
Ma si sa, ci sono luoghi in cui ci si ammala e luoghi in cui si guarisce. 
E questo, a Marmora, immerso nel verde, ad un’altitudine di 1.500 metri, con vista su antiche borgate e monti, fra i libri e l’aura di Padre Sergio, appartiene ai secondi. 
Dai fili d’oro del kintsugi che riparano crepe e vite, al tentativo di capire come aggiustare questo mondo, che ci siamo impegnati ad avvelenare e che, suo malgrado, continua ad ospitarci. 
Per due giorni un minestrone saporito di bellezza, come quell’ula tipica di valle, che ti fa gustare e conoscere un territorio. 
Sole caldo, cielo blu, qualche lucciola a far compagnia alle stelle e ad una musica che va.
Salire in montagna, cercando di non interrompere la delicatezza del silenzio, insieme a poeti iraniani, indigeni o con la forma di piccoli pistilli. Facendo yoga e meditando immersi in un erbolario diffuso e profumato. Siamo animali in viaggio, un po’ Geronimo Stilton e un po’ lupi. 
Abbiamo bisogno di Dee in arrivo dal passato ad illuminare le tenebre del presente e di incamminarci su nuove strade maestre.  Non siamo gli unici, siamo storie imperfette, che capitano.
E ce la raccontiamo, fra campane e alberi accarezzati dal vento. Seduti su panche di legno o dove capita ad ascoltare storie e gustare cibo preparato con mani impastate di volontà e tradizione. Accompagnati dal suono del pane croccante appena sfornato e dal tintinnare di bottigliette e bicchieri che sbattono piano, mentre ci si riconosce guardandosi negli occhi.
I fiori di campo sul tavolo ti danno il benvenuto e ti fanno capire che c’è chi si prende cura.
Ritornare a casa vuol dire sentirsi accolti dal calore di un abbraccio.
Anche se siamo solo di passaggio è bello incontrare qualcuno che ti invita ad entrare e ti fa sentire a casa.
albiabba@libero.it