Fermo immagine di Alberto Abbà

Da questa parte del domani

Ci sono luoghi che diventano speciali. Come questo teatro di Alba in cui nel marzo 2007 entravo incredulo vincitore per un racconto ispirato alla vigna dei nonni. 
“Il Pintun”, un titolo su misura del concorso: “Bere il territorio”. Il professor Beccaria mi disse parole che non dimentico. Conobbi Gianmaria su quel palco. Quell’anno scendeva dai treni per abbracciare le stazioni dei concerti. Quella casa in collina, che cantò in piemontese, era un dipinto che ricordava la mia. Da quel giorno ho consumato ogni album e goduto di una decina di concerti. Treiso, Roma. Torino al Regio e al “Guarda che luna”. Alle OGR in mezzo a ferro e acciaio di ferrovia. Alla Scuola Holden, nella fragilità di una malattia, che nulla sottrae alla poesia. Vent’anni dopo, rientrare nello stesso teatro.  Un cuore diviso a metà, in uno spazio al centro che si fa custode. Due luoghi a specchio, occupati in ogni posto, da cui guardarsi e riconoscersi. Chi se n’è andato ci manca, ma certe notti, stare seduti vicini, fa sentire meno soli. Su quel palco si alternano amici di vecchia data e nuove conoscenze. Ognuno regalando il pezzetto migliore di sè. Parole e suoni, che sopra gli ormeggi e la zavorra sono partiti. Interpretazioni rispettosamente belle e coinvolgenti. 
Anche chi è seduto regala qualcosa di prezioso, fatto di un affetto rinnovato ad ogni battito di mani e presenza. Ognuno di noi dove è cominciato tutto lo sa ed è lì con il proprio intimo grazie. Per quella voce calda, sotto baffi e riccioli e occhiali tondi, che non bastavano a camuffare una timidezza autentica. Quella voce continua a parlarci. Da quel doppio teatro ci portiamo via un incanto e un’immagine finale. Una chitarra e un bicchiere di vino, sufficienti a ricordarci che le tracce sono impercettibili, ma vive e ci invitano a raggiungere altre latitudini. Con un passo lento, silenzioso e accorto verso il domani.